giovedì 19 gennaio 2012

Speculazziò, speculazziò. Firenze: sgomberata via dei Conciatori.


Con preghiera di diffusione.

Oggi 19 gennaio 2012, alle ore 6 del mattino e dopo che mezzo quartiere di Santa Croce era stato chiuso al traffico e transennato dal Comune con la dicitura "Chiuso per manifestazione" (sic!), un battaglione intero fra polizia, carabinieri e vigili urbani ha provveduto a sgomberare con la forza l'immobile di via dei Conciatori.

Tale storico immobile, sede di antichissime concerie e di proprietà pubblica, ospitava da 31 anni tutta una serie di realtà sociali e associative fiorentine, dai Cobas al Circolo Anarchico Fiorentino, ed anche la prima associazione dei migranti senegalesi che si era costituita a Firenze. In tutti questi anni, letteralmente centinaia di iniziative per la popolazione vi sono state realizzate, in un quartiere che è stato progressivamente svuotato del suo tessuto sociale e dal quale la popolazione residente è stata espulsa a colpi di affitti e sfratti (attività nella quale Firenze detiene il record in Italia) per essere sostituita con prestigiosi appartamenti dati in affitto a stranieri "buoni", quelli danarosi, che fanno guadagnare fior di soldoni alle cricche politiche e speculative fiorentine.

In via dei Conciatori la storia si è ripetuta.

L'immobile è stato infatti messo all'asta, senza nessuna consultazione con le realtà sociali e politiche che vi operavano, e svenduto ad una società immobiliare, la "Toscotre", che si è costituita "ad hoc" soltanto tre giorni prima dello svolgimento dell'asta. La "Toscotre" si è aggiudicata l'immobile (1700 m2) ad un prezzo stracciato: 1150 euro al m2. Praticamente un prezzo da casa popolare, per impiantarvi tutta una serie di facilities e appartamenti che verranno ovviamente rivenduti ad un prezzo almeno cinque volte maggiore.

Stamani è stato proceduto allo sgombero forzato, con un dispiegamento di "forze dell'ordine" assolutamente esagerato. Praticamente mezzo quartiere è stato chiuso e presidiato da uomini armati fino ai denti. Le persone che si trovavano nell'immobile sono state allontanate a manganellate, anche se alcuni (facenti parte perlopiù del Circolo Anarchico Fiorentino, che fino all'ultimo ha proseguito la sua attività) hanno tentato un'estrema forma di resistenza salendo sul tetto, sul quale sono rimasti alcune ore. Nel frattempo, tutte le masserizie sono state rimosse e caricate su dei camion, mentre squadre di operai comunali provvedevano a murare porte e finestre. Il Comune di Firenze si fa quindi perfetto esecutore armato di interessi speculativi privati.



Come si vede dalle foto, l'intera via dei Conciatori è stata chiusa al traffico e occupata militarmente per operare lo sgombero; alle sue estremità, convocato letteralmente col tam tam della foresta, si è formato un presidio di militanti antagonisti fiorentini che, al termine, ha dato vita a un corteo fino al mercato e alla piazza di Sant'Ambrogio.

La giunta fascista e affaristica di Matteo Renzi, passata la sbornia mediatica, mostra ancora una volta il suo vero volto di braccio armato dei più loschi interessi affaristico-speculativi presenti in città. Con il pretesto del "bello", del "decoro" e della "lotta al degrado", Renzi sta distruggendo quel che resta della Firenze sociale e consegnando la città nelle mani della speculazione più smaccata e selvaggia. Privatizzazione dei trasporti pubblici, le bollette per l'acqua più care d'Italia nonostante il referendum del 12 e 13 giugno, sgomberi quotidiani, eliminazione del mercato di San Lorenzo: la faccia lurida di questo fascistello e dei suoi tirapiedi (come l'assessore al mercimonio, Fantoni, che sta espellendo tutto l'associativismo fiorentino per monetizzare gli immobili pubblici da svendere a speculatori di ogni tipo) è oramai pienamente smascherata.

L'esperienza di via dei Conciatori non finisce però qui, con l'espulsione e la consegna dell'immobile nelle mani sporche di chi sta trasformando sempre di più Firenze in una Disneyland a carissimo prezzo per le tasche di pochi, a spese sia delle realtà sociali e realmente antagoniste, sia della popolazione. Da sottolineare particolarmente il fatto che via dei Conciatori, come già detto prima, era sede anche di un'associazione di migranti senegalesi: la "solidarietà" falsamente sbandierata da Renzi dopo i fatti del 13 dicembre trova qui la sua perfetta e logica applicazione. I senegalesi vengono sgomberati e i loro assassini rimangono indisturbati, persino con l'annuale spettacolino della "manifestazione sulle foibe".

Non finisce qui, e nei prossimi mesi le realtà antagoniste e resistenti fiorentine saranno chiamate ad un'attività ancora maggiore e a una lotta ancora più dura e pericolosa per sconfiggere ogni tentativo di trasformare definitivamente Firenze (e non soltanto il suo centro storico) in un contenitore bello lustro, in un grazioso e pittoresco barattolo che sotto la patina del "bello" nasconde qualcosa di molto simile allo Zyklon B.

martedì 17 gennaio 2012

Storia di Clara, che trovò il manzo e fu licenziata


Clara Peller era nata il 4 agosto 1902 a Chicago, da una famiglia di ebrei russi. Si sposò a vent'anni con un gioielliere, dal quale divorziò dopo otto anni e due figli. Per trentacinque anni lavorò come manicure in un salone di bellezza, non aspettandosi certamente quel che le sarebbe accaduto a ottant'anni suonati. Era il 1982; già in pensione da anni, ma ancora attiva, Clara fu assunta come manicure temporanea presso un grosso coiffeur di Chicago, che aveva cominciato a farsi pubblicità televisiva. L'anziana signora era un elemento: alta un metro e quarantadue, mezza sorda e con una voce enfisematosa per i due pacchetti di sigarette al giorno che si fumava imperterrita, pare che guidasse la macchina come una pazza scatenata e che avesse la caratteristica di non mandarle mai a dire a nessuno. Rimanendone impressionato e "fiutando" il personaggio, il responsabile dell'agenzia pubblicitaria che curava lo spot per il parrucchiere le propose di firmare un contratto come attrice; cominciò così la seconda vita di Clara Peller. Per un paio d'anni le fecero girare varie cosette, con le quali ebbe comunque a guadagnare qualcosa di più che con le tronchesine e le limette da manicure; finché, nel 1984, l'agenzia non la scritturò per uno spot per una catena di fast food.

Il fast food in questione, Wendy's, intendeva naturalmente far risaltare che i suoi panini ci avevano gli hamburger più grossi (e, si presume, anche più buoni) di quegli altri; lo spot per cui Clara era stata scritturata vedeva come protagoniste tre vecchiette, vestite esattamente come Nonna Papera, che si recavano nell'immaginario fast food concorrente "Big Bun"(qualcosa come "paninone", o "paninazzo") dove viene servito loro un panino assolutamente enorme. Quando però una di loro lo apre, si accorge che dentro c'è un hamburger minuscolo. Qui entra in scena Clara, che con la sua voce da camionista comincia a berciare, con tono oltraggiato: Where's the beef? Dov'è il manzo? La frase, ripetuta di continuo, in alcuni spot provoca una ventata che spazza via i registratori di cassa del fast food; in altri, invece, arriva per telefono al direttore generale, mentre sta rilassandosi sul suo yacht "S.S. Big Bun", facendolo rotolare dalla sedia a sdraio come investito da un uragano.



E un uragano, appunto, diventò lo spot. Tanto da far ricordare come storica la data in cui andò in onda per la prima volta, il 10 gennaio 1984. Un'autentico boom, che trasformò di punto in bianco un'ottuagenaria in uno dei personaggi più famosi d'America, e una semplice frasetta pronunciata con una vociaccia roca e irascibile in un fenomeno culturale. Nel 1985, il volume d'affari di Wendy's era salito del 31%, con un fatturato annuo di 945 milioni di dollari. Il vicepresidente di Wendy's, Denny Lynch, dichiarò che in cinque settimane di campagna pubblicitaria, l'azienda aveva realizzato più che nei precedenti suoi 14 anni di esistenza. Durante la campagna presidenziale del 1984 (stravinta poi da Ronald Reagan), avvenne poi un curioso episodio. In un dibattito televisivo per la nomination dello sfidante democratico, uno dei favoriti, il senatore Gary Hart, stava esprimendo un punto del suo programma che prevedeva la restaurazione dell'imprenditorialità e la creazione di posti di lavoro. Dopo che ebbe terminato, fu data la parola a Walter Mondale, ex vicepresidente sotto la presidenza Carter e principale candidato alla nomination. Costui stroncò il rivale utilizzando proprio la frase dello spot di Clara Peller: Where's the beef? Intendeva dire che il programma di Hart era come un panino enorme con un hamburger invisibile dentro; Hart fu sommerso dalle risate del pubblico. La frase, insomma, era passata rapidamente nel linguaggio comune (e vi è tuttora, a quasi trent'anni di distanza): significa, in pratica, "tanto fumo e poco arrosto". Mondale vinse la nomination e fu travolto da Reagan; Gary Hart corse ancora per la presidenza nel 1988, ma fu tolto di mezzo dal solito scandalo sessuale (una relazione extraconiugale con una modella di 29 anni, Donna Rice). Vinse Bush senior.


Clara Peller, nel frattempo, era diventata famosissima. Ma non ricchissima, nonostante i guadagni spaventosi che aveva fatto fare a Wendy's. All'inizio della campagna pubblicitaria le era stato riconosciuto il salario contrattuale: 317 dollari e 40 cents per ogni giornata di riprese. In seguito, un responsabile dell'azienda disse che, per i primi due spot, a Clara erano stati corrisposti circa 30.000 dollari. Alla fine, lo stesso responsabile dichiarò che, in tutto, Clara Peller aveva ricevuto circa 500.000 dollari per tutti gli spot girati, ma fu smentito dalla stessa attrice che ammise comunque di aver "guadagnato una discreta sommetta per una vecchia di ottant'anni e rotti". La campagna ebbe comunque vita breve.

Nel 1985, Clara Peller, che da contratto era stata dichiarata libera di interpretare spot per altre aziende a condizione che non fossero in concorrenza diretta con Wendy's, fu scritturata da un colosso: la Campbell's Soup, multinazionale delle zuppe in scatola. Quella, insomma, oggetto di una celeberrima opera di pop-arte di Andy Warhol riprodotta in milioni di poster. La Campbell's aveva appena lanciato una linea di "sughi italiani" per pasta, chiamata Prego. La risposta a grazie, insomma; e, per lanciare una nuova linea di prodotti in quel momento, assicurarsi Clara Peller, sebbene non ci avesse proprio nulla di "italiano", era come acquistare Maradona per una squadra di calcio. Curiosamente, se il finto fast food dello spot di Wendy's si chiamava Big Bun (laddove l'espressione to have a bun in the oven significa popolarmente "essere incinta"), prego (o preggo) è una comune abbreviazione per pregnant. Passando da un'incinta all'altra, Clara Peller aveva ritenuto che dei sughi al pomodoro non fossero in diretta concorrenza con gli hamburger di Wendy's; senonché, l'agenzia pubblicitaria che curava la campagna della Campbell's aveva avuto una bella trovata.

Poiché la linea di sughi prevedeva anche un ragù di carne per gli spaghetti bolognese (in inglese, alla non serve), i "creativi" avevano deciso di far pronunciare a Clara Peller, mentre assaggiava il sugo: I found it! I really found it! L'ho trovato! L'ho trovato davvero! Insomma, la risposta alla fatidica domanda Where's the beef. Clara cercava il manzo nello spot della Wendy's, e lo trovava in quello della Campbell's. Apriti cielo. La direzione di Wendy's insorse con toni degni di un anatema papale, sostenendo che lo spot della Campbell's presupponeva che "Clara ha trovato il manzo da qualche parte diversa dai ristoranti Wendy's", e che "Clara può trovare il manzo soltanto in un posto, cioè Wendy's". Clara, insomma, poteva trovare tranquillamente pomodori, basilico, vongole e ulive, ma non il manzo. Il manzo era solo da Wendy's. Avendo trovato il manzo altrove, Clara fu licenziata in tronco e la campagna pubblicitaria sospesa. Con lo stesso tono incazzato e la stessa voce roca, Clara Peller rispose: "Ho fatto guadagnar loro milioni, ma evidentemente non mi apprezzano".

Grazie a questa geniale alzatina d'ingegno, la Wendy's riuscì a suicidarsi all'istante, preparandosi un bell'hamburger di lemmings. Crollo immediato delle vendite, e una crisi terrificante dalla quale l'azienda si riprese parzialmente solo dopo anni. Chiusura di decine di ristoranti e perdita di centinaia di posti di lavoro salvabilissimi lasciando a Clara cercare il manzo da Wendy's e trovarlo nei sughi Prego. Soprattutto, la Wendy's fu colpita da un'autentica ondata di collera da parte dei consumatori americani, che si ritrovavano privati degli esilaranti spot dove Clara Peller, oramai, chiedeva sempre più incazzata dove fosse il manzo a re e presidenti (non a Gesù o a Dio in persona, perché in America non si può; laggiù, una campagna come quella del caffè Lavazza, ambientata in paradiso, sarebbe impensabile).

Clara Peller, però, cercò di sfruttare quanto più poteva la sua fama acquisita in tarda età. Concesse interviste ben pagate per le quali "guadagnava più che in un anno da manicure". Appariva in show televisivi dichiarando di non sapere quant'anni avesse di preciso e brutalizzando una volta un impiegato della sicurezza sociale, al quale presentò in due minuti tre date di nascita diverse. Il 14 aprile 1984, durante lo show Saturday Night Live, fu intervistata da un ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, George McGovern; interpretò persino un film, Moving Violations, dove guidava la macchina "alla sua maniera" e pronunciava la frase Where's the bags ispirata evidentemente a quella "storica" dello spot. Morì poco dopo, l'11 agosto 1987, una settimana dopo aver compiuto 85 anni. Chissà cos'avrà trovato dall'altra parte, ma non è fuori luogo che sia arrivata sigaretta in bocca e vestita da Nonna Papera, e che, con la sua vociaccia stizzita, abbia davvero domandato dove fosse il manzo anche al Padreterno.

lunedì 16 gennaio 2012

Il galeone


Mi sembra di cogliere in giro, almeno da parte di alcuni, delle forti tentazioni.

Chiamerò la prima tentazione della metafora. La grande nave che affonda, la zattera della Medusa, i ricchi puniti con la catastrofe, la nave-Italia ed altre cose del genere.

La seconda, anche più forte, è quella del paragone. Stabilire un confronto con le carrette del mare, quelle che affondano stracariche di immigrati clandestini nella generale indifferenza. Nessuno si ricorda nemmeno più della Kater i Radës. Centinaia e centinaia di morti del tutto ignorati, che scappano a bordo di imbarcazioni generalmente prive di beauty farm, di piscine e di ristoranti.

Per riassumere: per un transatlantico di superlusso si fa tanta camorra, scomodando persino il Titanic (inevitabile, a 100 anni esatti dalla tragedia) e non tenendo presente che in quel naufragio ci furono 1500 morti in mezzo all'Oceano Atlantico, non a due metri dall'isola del Giglio. Per le centinaia di morti che si hanno ogni anno nel canale di Sicilia e dovunque nel Mediterraneo non si scomoda proprio nulla. Anzi. Se ne fa, casomai, un problema di ordine pubblico. Nessun collegamento continuo, nessuna rassegna dei siti esteri, nessuna diretta Twitter, nessuna polemica sulle cause, niente. Io dico però che bisognerebbe resistere a queste tentazioni, che pure vengono quasi naturali, e cercare invece di andare un po' oltre.

Sulla Costa Concordia non c'erano dei miliardari da “punire” in modo divino, e non c'erano nemmeno i poveri emigranti della terza classe. C'erano 4234 persone che avevano invariabilmente pagato un migliaio di euro per andare a divertirsi e a illudersi per una settimana di essere esclusivi. A bordo di quella nave, come di tutte le altre consimilari, c'erano centinaia di famiglie di quelle in crisi, provenienti da mezzo mondo. Di quelle che faticano per arrivare in fondo al mese, ma che non “vogliono rinunciare”. Mille euro? E che saranno. Avessi voluto, e se di fare una crociera me ne importasse qualcosa, me la sarei potuta permettere persino io. Così come a bordo della Herald of Free Enterprise c'erano i lettori di un tabloid inglese che avevano vinto un viaggio promozionale in Olanda. Anche quella nave si adagiò su un basso fondale: 193 morti. 6 marzo 1987. Si capovolse su un fianco l'Araldo della Libera Impresa, portandosi dietro centonovantatré poveracci che leggevano una spazzatura di destra basata sui capriccini dei regnanti, sulle corna dei calciatori, sul forcaiolismo allo stato puro e sul razzismo più becero. Qualcuno ha mai sfogliato il Sun?

A bordo della Costa Concordia si trovavano, quindi, persone normalissime. La tentazione della metafora confonde la nave coi suoi passeggeri. Navi come la Costa Concordia non sono il “tempio del lusso”, non sono il megayacht di Khashoggi o di Onassis. Sono, casomai, il tempio dell'illusione temporanea. Per la miseria di mille euro offrono a coloro che lo desiderano (o a coloro cui viene fatto desiderare) l'immagine che si ha generalmente del “lusso”: proprio per questo sono gigantesche e esagerate. A modo loro, però, sono al tempo stesso estremamente proletarie. Sono popolate da persone anonime, che ricevono un nome soltanto in caso di catastrofe. Sono l’ologramma del lusso e della ricchezza venduto ad un prezzo abbordabile. Assieme a loro, l'equipaggio. Lavoratori.

Non c'è proprio nessuna metafora da mettere in atto. Quella dell'Italia che affonda assieme al “suo Titanic” è, fra tutte, la più ridicola. Non c’è nessun Titanic, a parte le dimensioni della nave. Così come non c’è proprio nessun paragone da fare, almeno nei termini in cui dev’essere saltato in testa a parecchi. Nelle condizioni attuali, non c’è da domandarsi perché il barcone degli immigrati clandestini periti in mare non riceva le stesse “attenzioni” e la stessa considerazione di una nave da crociera; ci sarebbe, invece, da ripercorrere una strada a ritroso. Tornare indietro nel tempo fino al punto in cui delle persone sono state spogliate, anche nella terminologia, delle caratteristiche umane. Fino al punto in cui queste persone sono state trasformate in “immigrati” e “clandestini”, in capi senza nome. Bestiame. “Annegano 200 clandestini” come “annegano 200 bovi”. Fino al punto in cui a queste persone, prive di documenti, non è stato più riconosciuto nemmeno il diritto di avere un nome da ricordare. Fino al punto in cui è stato deciso di considerarle una massa di invasori da eliminare, respingere e rinchiudere in strutture di concentramento. Fino al punto in cui, nel sentire comune, sono cominciate ad affiorare frasi del tipo “ributtiamoli a mare”. Il naufragio, atto antichissimo di esercizio della solidarietà indistinta, diviene un sistema di eliminazione. Il suo prodursi in determinate occasioni è visto con sollievo e favore, perché toglie di mezzo bestie pericolose e feroci, potenziali criminali, ladri di lavoro e quant’altro. È in quel punto nel tempo e nella storia che si ferma ogni tipo di paragone possibile.

E allora è necessario prendere atto di alcune cose. Ad esempio, che tra i passeggeri naufragati sul Costa Concordia ve ne siano molti che, almeno una volta nella loro vita, hanno pensato o espresso tali cose a proposito dei clandestini naufragati e sbarcati, magari su un’isoletta del Mediterraneo del tutto simile a quella alle cui coste la gigantesca nave da crociera si sta pericolosamente avvicinando in una notte di gennaio. Così come, su qualche carretta terrificante e stracolma di disperati in fuga da povertà, fame e guerre, molti staranno pensando quanto piacerebbe loro che, una buona volta, affondasse una bella nave di ricchi portandoseli via tutti. Invece toccherà alle loro imbarcazioni. Toccherà a loro, che per pagarsi quel viaggio hanno peraltro speso ben più del biglietto per la crociera con le piscine, i ristoranti e i beauty farm. Tutto quello che avevano, spesso.

A bordo delle carrette, schiavi. Caporalati, mercatini, rosarni, piazze dalmazie, CIE, bossifini, degradisicurezze, rabbiorgogli, lampeduse, borsoni e preghiere; e vaglielo tu, caro, a spiegare che dio non esiste. Io non credo in dio, ma a volte lo ritengo un lusso che mi è stato riservato. Ben più lussuoso dei marmi e delle luminarie della Costa Concordia. Intanto, in acque profonde, incrocia la Costa Discordia, e costa parecchio. A tutti quanti.

A bordo della gran nave da crociera, schiavi. Ragionieri, viaggidinozze, camerieri, famiglie di Andorra, pensionati, ballerine, geometri, macchinisti, qualche anarchico in incognito ma dotato di euro mille; e vaglielo tu, caro, a spiegare che sono schiavi lo stesso, anche se giocano a far da padroni. Vaglielo a dire che quella nave l’hanno costruita gli operai della Fincantieri, ah sí, ma dai! Quelli che bloccano le stazioni?

A proposito di anarchici, una volta ce n’era uno che aveva passato la vita in galera. Si chiamava Belgrado Pedrini, e mentre era in cella scrisse una canzone in uno strano linguaggio che sembrava venire di peso da un lontano passato. Era, invece, il 1967. Dal 1967 chi conosce quella canzone si chiede cosa siano le torme di schiavi adusti. La canzone si chiama Il galeone. Parla di una nave di schiavi che remano e che periscono tra i flutti. Bisognerebbe tornare indietro nel tempo, già. Fino a quel punto in cui abbiamo perso la coscienza che, su quel Galeone, ci siamo tutti quanti, e schiavi. Sia che il galeone sia un’orrenda bara galleggiante che, in un certo momento, smette di galleggiare trascinando a fondo tutto un carico di senzanome privi di documenti; sia che esso sia una nave sfavillante che, in un certo momento, smette di sfavillare e piomba nel buio trascinando a fondo tutto un carico di senzanome muniti di documenti. Ed anche la ciurma, che sia o meno anemica. Dal comandante fino all’ultimo degli inservienti.

Tornare indietro fino al punto in cui abbiamo smesso di considerarci tutti quanti alla deriva sull’oceano. Alla deriva, ma pronti a cercare perlomeno di farvi fronte. Tutti uguali in preda ai flutti. Senza nessuna “illegalità”, senza nessun “clandestino” e anche senza nessun biglietto perché il mare è libero. Libero e pericoloso, come la libertà stessa. Per questo affondano regolarmente anche le navi dette “inaffondabili”. Ci saliamo sopra pensando di essere al sicuro, ma l’unica cosa sicura è quell’acqua nera e gelida che è pronta a richiudersi su di noi. E allora capiamo. Ma è troppo tardi. Non lo potremo dire. Nessuna metafora, nessun paragone: nell’oceano dell’odio, dell’ingiustizia e della disuguaglianza siamo già affondati tutti da un bel pezzo.


venerdì 13 gennaio 2012

Ma come osano sparare sulla Pubblica Assistenza?


Ma come osano.

Sistemare in piazza Dalmazia una lapide con su scritto che Mor Diop e Samb Modou sono stati uccisi da "mano razzista e fascista". Nel 2012. Ma dove siamo.

Sono stati uccisi da un tizio, un folle che, come è noto, che faceva parte di una ONLUS. Praticamente un'associazione umanitaria. Basata sul volontariato. Avrebbero dovuto scriverci, sulla lapide: Per Mor Diop e Samb Modou. Uccisi dalla Pubblica Assistenza "Ezra Pound". Ora, come no, si tratta senz'altro di un episodio da stigmatizzare, però in questo paese uno non può più essere nemmeno folle e far parte di un'associazione umanitaria. Ma li avete mai visti quelli sulle ambulanze a che velocità vanno, a volte? E quelli sarebbero normali? Altro che un paio di negri, quelli rischiano di ammazzare decine di italiani al giorno!

Uccisi, poi? Non va nemmeno quello. No che non va. Diciamo che si sono messi nel mezzo ad una tempesta esistenziale di quel membro della Pubblica Assistenza, che magari ci aveva pure la glicemia alta. Ne so qualcosa ultimamente. Quando mi faccio lo stick e il valore glicemico supera il dovuto, mi prende lo Sturm und Drang e invece della metformina mi fo la cinghiamattanza. Lui, del resto, che cosa ha fatto? Non aveva neppure la cinghia. Si è limitato alla mattanza. Che sarà mai.

Io non capisco come mai questi due si son voluti proprio trovare là, insomma. Stare proprio in piazza Dalmazia; o non potevano andarsene, che so io, al mercato di San Lorenzo? Ah no, scordavo, lì non ci possono stare perché il Comune ci ha piazzato i cartelli contro gli Abusivi. E loro erano abusivi. E quel che capisco ancora meno, e tutto quest'accanirsi contro quella benemerita organizzazione là, la Pubblica Assistenza Pound. Vogliono chiuderla, addirittura. Ma insomma, chi li va poi a pulire i giardinetti? E il pane, chi lo distribuisce a gratis? Chi lo commemora Rino Gaetano?

Un'autentica persecuzione contro la Pubblica Assistenza Pound, orchestrata dai soliti. Per fortuna non si lascerà intimidire. Un atto inconsulto sí, ma provateci voi a vedervi schizzare il diabete a 400; e il diabete, come si sa, è islamo-comunista con qualche venatura di invasione, di Eurabia, di scontro di civiltà e di radici cristiane. La Pubblica Assistenza ha fatto quadrato. Lascerà un po' calmare le acque, che del resto si sono già ampiamente placate. Ci mancherebbe. Qualche manifestazione, qualche articolo su dei blog, una lapide faziosa e capziosa. Quasi peggiore di quella alla stazione di Bologna, quella che dice vittime del terrorismo fascista. O se oramai lo sanno tutti che sono stati i palestinesi, ancora una volta loro. Lo dice anche Giovanardi. Quasi quasi lo farei presidente ad honorem della Pubblica Assistenza.

Succederà, fortunatamente, come a Milano. Avete presente un'altra lapide, quella dedicata all'anarchico Pinelli? C'era scritto "ucciso innocente nei locali della questura" o roba del genere. Il Comune l'ha opportunamente corretta, e ci ha scritto "innocente morto tragicamente". Quei due, poi, sí, saranno morti pure loro tragicamente, ma non erano nemmeno innocenti. Erano colpevoli di essere negri, di rubare il lavoro e le case agl'Italiani, di adorà' Maometto, di viulentà' le donne bianche e, in definitiva, di esistere. La Pubblica Assistenza Pound se n'è fatta carico. Umanitariamente. Una vera ONLUS. Organizzazione Nazionale Liberazione Umanitaria Spazzatura. Dai giardinetti di Pistoia e dai mercatini di Firenze.

Ci penseranno, a rimettere le cose al loro posto, il tempo, "Top Girl" e qualche altra seria rivista del genere. I valori che la Pubblica Assistenza Pound crea e diffonde sono universali e propongono risposte concrete alla Gioventù Nazionale. Tra un po' di tempo, il Comune di Firenze provvederà a correggere la lapide in piazza Dalmazia:


Il fascismo



Il fascismo non ci arriva dal futuro
anche se ci porta qualche novità.
Io lo so cosa nasconde tra i suoi denti,
mentre sorride e mi dà la mano.

Le sue radici s'abbarbicano al sistema
e si perdono nel profondo del passato.
Le sue maschere cambiano nel tempo,
ma certo non l'odio che riserva a me.

Il fascismo devi capirlo a fondo.
Non creperà da solo, devi spezzarlo.

Il fascismo non viene da un posto
dove si fa bagni di sole e vento,
io lo conosco il suo passo stanco
e lui sa la traboccante giovinezza nostra.

Ma come colera si diffonderà di nuovo
poggiando il passo sulla tua indifferenza,
e arriverà al tuo fianco un giorno
se smarrisci i tuoi occhiali di classe.

Ο φασισμός

Ο φασισμός δεν έρχεται από το μέλλον
καινούριο τάχα κάτι να μας φέρει.
Τι κρύβει μέσ' στα δόντια του το ξέρω,
καθώς μου δίνει γελαστός το χέρι.

Οι ρίζες του το σύστημα αγκαλιάζουν
και χάνονται βαθιά στα περασμένα.
Οι μάσκες του με τον καιρό αλλάζουν,
μα όχι και το μίσος του για μένα.

Το φασισμό βαθιά καταλαβέ τον.
Δεν θα πεθάνει μόνος, τσάκισέ τον.

Ο φασισμός δεν έρχεται από μέρος
που λούζεται στον ήλιο και στ' αγέρι,
το κουρασμένο βήμα του το ξέρω
και την περίσσεια νιότη μας την ξέρει.

Μα πάλι θέ ν' απλώσει σα χολέρα
πατώντας πάνω στην ανεμελιά σου,
και δίπλα σου θα φτάσει κάποια μέρα
αν χάσεις τα ταξικά γυαλιά σου.

Φώντας Λάδης / Fondas Ladis

Traduzione italiana di Gian Piero Testa


giovedì 12 gennaio 2012

Riassunto della guerra. Una matrioška di padronati.


Se lo sterminio quotidiano di donne e famiglie da parte di uomini è un Bollettino di guerra, ciò che è successo stamani a Trapani è una guerra nella guerra.

Una guerra, però, le cui vittime sono sempre le stesse. Donne di tutte le età, dalle anziane alle bambine. Il signor Pietro Fiorentino di Trapani, disoccupato e padre separato, stanotte ha compiuto un terribile riassunto di questa guerra: figlia di 8 anni, moglie di 39 e suocera di 77. Per aggiungere un'altra persona che, presumibilmente, non poteva nemmeno esercitare una pur minima difesa, ha ammazzato anche il cognato disabile. Poi, naturalmente, si è ammazzato pure lui, buttandosi dalla terrazza. Guerra sí, ma guerra di sterminio. La guerra esercitata dagli uomini nelle "famiglie" e al di fuori di esse non prevede combattimento, ma solo annientamento.

Di fronte ad episodi del genere, che sono quotidiani in questo paese e in tutti gli altri, esistono vari tipi di reazione, o "scuole di pensiero".

C'è chi raccomanda di non "reagire a caldo" e di lasciar sedimentare la cosa al fine di evitare "smentite" e "brutte figure".

C'è chi reagisce immediatamente, proponendo le sue considerazioni sull'accaduto e su tutte le questioni generali.

C'è chi non reagisce affatto, per differenti motivi. Ad esempio perché non se la sente o non ha nulla da dire al momento, oppure perché semplicemente la cosa non gli interessa.

C'è infine il "fine ragionatore", colui che "situa nel contesto", l'analista psico-sociologico, con i relativi inviti a "non generalizzare" eccetera.

Ciò che resta, sono quattro persone ammazzate come cani dal pater familias.

E anche gli elementi sono quasi sempre gli stessi.

1) Disoccupazione e crisi. Però le donne sono ammazzate anche da occupati, e a volte anche da occupati discretamente o molto bene. Sono ammazzate nei paesi in crisi come in quelli prosperi, in quelli alla fame come in quelli con la pancia piena. A mia conoscenza diretta, una strage familiare di queste dimensioni me la ricordo soltanto in un lindo paesino svizzero, quando abitavo da quelle parti.

2) Separazione, gelosia, stalking. Dalle testimonianze dei vicini emerge il consueto quadro: separazione in atto, litigi violenti, persecuzione continua da parte del pater familias (disoccupato e in crisi), stalking, denunce ignorate, assenza di una pur minima protezione. Uno dovrebbe ragionevolmente chiedersi: ma tutte 'ste gran forze dell'ordine, che stracataminchia ci stanno a fare? A arrestare i lanciatori di uova? A mettere sotto scorta Nello Rega? A manganellare gli operai (e i disoccupati) e gli studenti? A presidiare le sedi di Casapound?

3) Ruolo maschile. L'uomo, e particolarmente quello che tiene famiglia, deve occuparsi del sostentamento della sua proprietà privata. Quando non può (o non vuole) farlo, scattano i meccanismi distruttivi: Roba mia, vientene con me! Impossibilità di accettare la "sconfitta", in quanto una società borghese e capitalista intera ha trasformato tutto in una competizione, in "vittorie" e "sconfitte", in "vincenti" e "perdenti". Da qui l'estrema diffusione del termine "fallito", usato a dritta e a manca come uno dei peggiori insulti che si possano rivolgere a una persona. Un termine prettamente economico-commerciale. In periodi in cui esisteva una coscienza di classe, con la relativa e giornaliera lotta, si riusciva a far fronte a situazioni anche ben peggiori di quella della famigliuola col papà disoccupato. Scattava la solidarietà proletaria, mi scusassero per questo linguaggio volutamente "vetero". Non che nel proletariato le donne vivessero una situazione tanto migliore, ma almeno gli uomini si sentivano meno "falliti" per non poter offrire alla proprietà familiare l'ultimo iPhone o il televisore al plasma umano. In definitiva, parecchi fallimenti non derivano dalla mancanza di che mangiare tutti i giorni, che ora come ora proprio nel proletariato e nel sottoproletariato si registra la maggiore incidenza di obesità, ma dalla mancanza dei gadgets e degli status.

Di tutto ciò, chi ne fa le maggiori spese sono le donne. Ed è inutile girarci tanto attorno. Inutile fare tanti distinguo. Spese quotidiane. Altro che "SNOQ". Movimenti come quello non diranno mai quante vite umane, e in massima parte di donne, sarebbero potute non essere state interrotte in assenza di quei ruoli, di quella proprietà privata, dell' "istituzione" familiare, degli "amori" finalizzati esclusivamente alla produzione. Senza un cambiamento radicale, la guerra andrà avanti, implacabile, ogni giorno. Senza una coscienza di lotta capillare, non ci sarà nulla da fare a parte contare i morti. Anzi, le morte.

Anche per questo, io mi rifiuto di offrire vuota "pietà" nei confronti delle vittime di questa guerra. Non me ne frega nulla di lacrime e commemorazioni, sia nei confronti degli immigrati ammazzati dal nazirazzista in un mercato, sia delle donne massacrate ogni giorno dal padre di famiglia, più o meno "separato". Non me ne frega nulla di "ricordare" vite che, come ogni vita, avranno avuto sogni, speranze, gioie, delusioni, passioni, storie. Non è questo a cui è necessario tendere, vale a dire al pietismo cattolico che tutto appaga col "perdono" e con qualche applauso a delle bare.

Se questa è una guerra, deve essere combattuta. Non subita e basta. Per combatterla bisogna dotarsi di armi. E saperle usare. Anche una coscienza ben precisa è un'arma, e delle più micidiali. Una di quelle che fanno maggiormente paura. Per questo, tentano incessantemente di delegittimare e eliminare chi ancora ce l'ha, o chi si sforza di assumerla. Altrimenti, su, frignate pure su quattro persone uccise senza pietà dall'ennesimo padrone schiacciato da padroni più grandi di lui. Perché questa libera società non è nient'altro che una matrioška di padronati.

martedì 10 gennaio 2012

Firenze: Ancora chiuso il Fondo Comunista



Comunicato del Collettivo del Fondo Comunista, che volentieri viene pubblicato.

CHIUSURA DEL FONDO COMUNISTA
PONTI D'ORO A CASAPOUND E CASAGGÌ
ECCO LA “SOLIDARIETA' ” DEL FASCISTA RENZI E DEI SUOI SERVI

Martedì 10 gennaio la sede del Fondo Comunista, alle Case Minime di Rovezzano, è stata di nuovo “visitata” dagli sgherri dell'assessore al patrimonio, Fantoni. Ancora una volta senza nessun preavviso la serratura è stata cambiata impedendo l'accesso al Fondo e, di fatto, chiudendo la sua attività ventennale

In una realtà come quella delle Case Minime, completamente abbandonata a se stessa, il Fondo Comunista e l'Associazione “Angela e Ciro” (che presso il Fondo ha sede) svolgono oramai da due decenni le uniche azioni di lotta e di solidarietà fattiva per la popolazione del quartiere. Ora, con il pretesto di “morosità” nell'affitto quando l'uso del Fondo era stato concesso gratuitamente, a suo tempo, dall'allora assessore Adalberto Tirelli (di cui l'attuale podestà Renzi era notoriamente un tirapiedi), la cricca fascista al potere a Firenze tenta di eliminare un'altra realtà sociale e antagonista scomoda.

Se diciamo “fascista” non è per usare parole ad effetto, ma per fotografare la realtà dei fatti. Dopo i fatti del 13 dicembre e la strage razzista di Piazza Dalmazia, la risposta del Comune di Firenze e delle altre “autorità” è stata, da una parte, una stretta repressiva ancora maggiore nei confronti delle realtà antagoniste e antifasciste fiorentine, e, dall'altra, i consueti ponti d'oro verso i fascisti, che possono continuare a scorrazzare liberi e ben protetti.

Solidarietà”? Sí, ma verso Casapound e Casaggì. Talmente tanta, che il 4 febbraio prossimo potranno organizzare la solita parata in pompa magna per le “foibe”, ancora una volta con la presenza della nazista Giorgia Meloni. L'assessore al patrimonio, Fantoni, è ancora una volta in prima fila lavorando incessantemente per la svendita ai privati del patrimonio comunale che dovrebbe invece salvaguardare. “Casualmente”, come anche nel caso dell'immobile di via dei Conciatori, tale svendita riguarda principalmente le sedi di realtà sociali e antagoniste, da coniugare ovviamente con gli sgomberi e le espulsioni già effettuate o programmate dal suo caporione Matteo Renzi.

Il Fondo Comunista, realtà che si batte da vent'anni per il miglioramento delle condizioni di vita in un quartiere povero e abitato in massa da immigrati, viene chiuso. Casapound, covo di assassini razzisti, viene non solo tenuto aperto, ma coccolato e foraggiato. A Casaggì, il sedicente “centro sociale di destra” che celebra i cecchini che sparavano sulla gente inerme, viene permesso di occupare mezza città per ricordare le “vittime del comunismo” poco più di due mesi dopo che uno di loro ha provocato sangue e morte per le strade di Firenze. Questa è la “solidarietà” di Renzi, Fantoni e dei loro compari, Per questo, e non per un vezzo o per fare un facile slogan, li chiamiamo fascisti. E' ora di chiamarli col loro nome.

Il Fondo Comunista resisterà e continuerà a agire come ha sempre fatto. Ma, per farlo, HA BISOGNO DELLA SOLIDARIETA' E DELL'AIUTO DI TUTTI COLORO CHE, A FIRENZE E ALTROVE, NON SONO DISPOSTI A CEDERE AI DIKTAT, ALLE SVENDITE E AGLI SGOMBERI FORZATI DEL PODESTA' MEDIATICO RENZI, DELL'ASSESSORE AL MERCIMONIO FANTONI E DEGLI ALTRI LORO COMPAGNI DI MERENDE.

Collettivo del Fondo Comunista – Via di Rocca Tedalda 277, Firenze.