La Rete Asociale di Riccardo Venturi. Il blog sotterraneo di uno che sta in un sottosuolo con un gatto. "Da cose a caso sparse la struttura bellissima del cosmo." (Eraclito)
Fra un paio di giorni, Fabrizio de André sarà rimorto. Poi, come tutti gli anni, rinasce poco dopo la metà di febbraio. Oggi m'è preso di ricordarlo in un modo un po' così, ma estremamente "mio": ho tradotto "La guerra di Piero" in latino. Addirittura con qualche rima (o assonanza) qua e là e cercando di tenere un po' il ritmo. Naturalmente ne è venuta fuori una cosa piuttosto buffa, e di quella buffezza che riescono ad avere soltanto le cose più improbabili. Del resto, è pure improbabile che Fabrizio de André sia morto; per me sta nascosto nel Borneo assieme a Elvis Presley. E che non vi vengano strane idee, perché Adolfo Hitler sta in Argentina.
CARMEN DE PETRI MILITIA a Fabricio De André compositum a.D. MCMLXIV in Latinum sermonem vertit Richardus Venturi die IX Ianuario a.D. MMXII
Pro te sepulto atque dormiente neque rosae in agro frumenti neque tulipae e fossis umbrosis vigilant, sed milia rubrorum florum.
“Utinam fluant secundum ripas rivi mei argentei lucii esoces! Sed ut ferantur corpora mortua militum nolo secundo amne.”
Tempore brumae haec dixisti agitatusque furiis abisti, in faciem tuam omniumque aliorum conscriptorum nivem inspuit ventus.
Petre, nunc recte tibi consistendum, atque te mollire ventum sinendum. Tecum fers vocem mortuorum proeliantum cruce pro vita remuneratorum.
Sed non audisti. Tempus fugiebat et pleno gradu menses effluebant, externum limitem demum transisti suave die in tempore verni.
Umeris animam sicut transferens vidisti in valle aliquem distantem ut te morosum, tetricum, tristem sed differentem vestitum habentem. Petre, nunc tibi hunc est percutendum bis terque tibi hunc est verberandum dum eum exanimem atque morientem in suum sanguinem vides decidentem.
“Percute frons vel cor vel caput, tantum moriendi ut ei sit tempus. Sed mihi ut observem sufficiet tempus vultum oculosque hominis morientis."
Dum tecum reputas animo tam benigno se vertit iste terrore perculsus, te aspicit, capit ignivoma tela tibique officium et obsequium non reddit.
Gemitum nullum edens decidisti, ad punctum temporis hoc percepisti temporis satis tibi non futurum ad peccatorum veniam petendam.
Gemitum nullum edens decidisti, ad punctum temporis hoc percepisti de te illo die esse acturum teque numquam esse rediturum. “Ninula mea, ut moriar mense Maio maximo animo mihi confidendum. Ninula pulchra, di sane me perdant sed hoc malueram tempore brumae.”
Atque frumento aures praebente telum manibus constringebas, et ore verba tua retinebas adstricta gelu quae sol non solvebat.
Pro te sepulto atque dormiente neque rosae in agro frumenti neque tulipae e fossis umbrosis vigilant, sed milia rubrorum florum.
Il vicolo delle Streghe si trova a Bientina, in provincia di Pisa. A dire il vero, sto ancora chiedendomi che ci facessero le streghe, a Bientina; certo, a giudicare dalla strada loro riservata, dovevano stare piuttosto...pigiate, dato che è un vicoletto lungo sí e no quaranta metri e con due soli portoni di case. Può darsi semplicemente che ci abitassero, in un'epoca imprecisata, due vecchiacce tipo quelle che, a Chiessi, "difendevano" la fontana della piazza. Oppure no, c'erano per davvero le streghe con tanto di scope, cappellacci, pozioni e filtri magici. Chi lo sa. Mi è presa la curiosità se alle streghe, in Italia, siano state "dedicate" altre vie o piazze; mi sarei ad esempio aspettato che ce ne fosse stata una nella città più "streghesca" d'Italia, Benevento. Invece a Benevento devono aver deciso che il liquore era abbastanza, a parte una "Locanda delle streghe" che propone cucina tipica. Ma di vie manco l'ombra. Un'altra "via delle Streghe" si trova invece a Pordenone, altra città che non avrei associato loro nemmeno per sogno (a dire il vero, di Pordenone so soltanto che c'è, o c'era, lo stabilimento di elettrodomestici Zanussi; quindi, magari, ignoro del tutto la famosa storia delle streghe di Pordenone cui è intitolata la via). Una "via delle Streghe" c'è anche a Perugia, e qui va già un po' meglio; Perugia, ce la vedo abbastanza bene come città stregata. Immagino anche, se il celebre delitto di Meredith fosse avvenuto in via delle Streghe invece che in un'apparentemente rassicurante e rilassante "via della Pergola", questo avrebbe aggiunto parecchio pathos alle trasmissioni di Bruno Vespa. "Via delle Streghe" è chiamata anche una sorta di sentiero escursionistico, o di bicicletta da montagna (visto con quanta naturalezza si può evitare di dire trekking e mountain bike?) in Liguria, presso Molini di Triora in provincia di Imperia; poiché corre in mezzo a un bosco e su un monte, la denominazione streghesca può avere a che fare con qualche oscura leggenda locale. O, forse, è la geniale idea di qualche membro della Pro Loco. Però per trovare, finalmente, una "via delle Streghe" dedicata a streghe vere, DOC, inconfutabili, bisogna tornare in Toscana e sempre in provincia di Pisa. E dove, se non nell'etrusca e misteriosa Volterra? Cliccando sul link, si apprendono notizie inquietanti quanto interessanti. Ad esempio, sembra che addirittura la prima strega documentata, Aradia, fosse volterrana. Sarebbe stata nientepopodimeno che figlia della dea Diana, mandata sulla terra per insegnare la stregoneria agli uomini provati dalla fame e dalla schiavitù. Di Aradia è riportata persino la data di nascita: ovviamente non poteva nascere, che so io, un banale 27 ottobre del 1245 o un 18 luglio 1324. No: era nata il 13 agosto 1313. Agosto non conta, il mese poteva essere uno qualsiasi perché non poteva certo nascere il 13/13/1313; o magari, se era una strega, il tredicesimo mese poteva pure inventarselo, eh. Aradia fu (toh!) condannata a morte dalla chiesa; come dire, fin dall'inizio la santa, romana, cattolica & apostolica fece capire l'andazzo. Solo che, il giorno dell'esecuzione, la cella di Aradia fu trovata vuota. Tiè. Piglia e porta a casa. Dal giorno d'oggi, che per l'appunto è un 13 (nevoso dell'anno CCXX), divengo un fan sfegatato di Aradia e ne suggerisco il culto. Ma il borgo di Volterra era luogo di raccolta di un'altra terribile congrega di streghe: le streghe di Mandringa (mi raccomando la "r"), dal nome di un masso situato presso uno dei luoghi più affascinanti e terribili di Volterra, le Balze. Là svolgevano le loro malefiche riunioni; addirittura le Balze stesse sarebbero di origine demoniaca (e chiunque le abbia viste e vi si sia sporto anche per un attimo, non può che essere d'accordo). Infine, e qui mi sembra d'essere a casa, c'è la strega Elena di Travale. Con Travale ho un curioso legame, che un giorno mi ci ha portato assieme alla Daniela (nota strega piacentina) per partecipare alla festa della Guaita, o roba del genere, con un'ottima cena e, soprattutto, la pubblica lettura in piazza di una cosa mezza linguistica che avevo scritto tempo addietro. Scoprire che a Travale, oltre alle Testimonianze del 1058 e alla Guaita che guaita male e che non mangiò che mezo pane, c'è pure una storica strega, mi fa venir voglia di tornarci all'istante. Elena di Travale era però una che te la raccomando; la chiamavano la "strega dei rondinini" perché, per i suoi sortilegi, utilizzava la polvere ricavata dai resti delle rondini che faceva prima bollire in pentola. Insomma, non propriamente una strega animalista. Immagino poi anche che, a Travale, la primavera tardasse un po' a arrivare. Naturalmente fu accusata d'ogni cosa dal tribunale ecclesiastico di Volterra; accadde il 12 giugno 1423. Però Elena se la cavò con una pena relativamente mite: fu messa alla gogna, multata di 50 fiorini (che erano comunque una bella sommetta) e espulsa dal territorio diocesano di Volterra. Ma la cosa si spiega abbastanza bene: il vescovo di Volterra, Francesco Soderini, aveva un segretario, tale Eugenio Torralba, che era a sua volta uno stregone. Ci vedrei bene anche un paio di nottatine orgiastiche tra la bella Elena, il segretario stregone e l'alto prelato.
A questo punto, per chiudere ci vuole una canzoncina. Fatta direttamente dalle streghe, in questo caso incarnatesi in un un gruppo musicale finlandese, i Tarujen Saari (vuol dire "isola dei misteri"). La prosperosa capostrega, assieme alle sue lascive sorelle a altri tizi vestiti di roba simil-runica comprata all'Ikea, interpretano Kaksitoista noitaa ("Le dodici streghe") in un video costato, a loro dire, 100 euri. Con sentita dedica, però non mi chiedete che cazzo vuol dire quello che cantano (a parte maailmassa che vuol dire "nel mondo"; "mondo", in finlandese, si dice "mela di terra", come pomme de terre. Insomma, per i finlandesi il mondo è una patata).
E' il giorno dopo l'anniversario dell'assassinio di Alexis Grigoropoulos da parte di un poliziotto delle squadre speciali antisommossa greche.
Un gruppo di ambulanti africani viene attaccato dalle forze dei vigili urbani ateniesi in via Patision, in pieno centro. Gli immigrati reagiscono, e i vigili devono darsela a gambe e chiamare rinforzi; arrivano gli antisommossa. Quelli che sparano ai quindicenni, insomma.
Non se l'aspettano. Gli immigrati contrattaccano lanciando contro i poliziotti letteralmente ogni cosa; qualcuno riprende tutta la scena. Dopo un po', anche i poliziotti armati fino ai denti devono battere precipitosamente fuga. Ma di corsa!
Qualche destronzo greco ha la brillante idea di mettere tutto il video su YouTube, permettendo così a tutti di gustarselo ammodino. Mi permetto di dire che, capendo cosa c'è scritto nei commenti sottostanti, il gusto è per me ancora maggiore: da un lato deliri fascistoidi e razzisti, dall'altro prese di culo spaventose alla polizia e solidarietà con gli immigrati attaccati quasi quotidianamente.
Il destronzo ha intitolato il video "Storie di quotidiana follia al 'mercato' di Patision". Follia? Storie di quotidiana rivolta. Storie di quotidiana rabbia. La follia al mercato non è stata a Atene, è stata qui a Firenze. A cura di uno dei loro. A cura di uno che frequentava un posticino con tanti amichetti questori e questurini. Gli immigrati africani di Atene insegnano opportunamente come si fa in questi casi.
Sono un carcerato, sono stato condannato tre anni di galera ho già scontato chiuso in una cella in compagnia di un ideale avevo tanta voglia di volare sono dentro per amore anche a me batteva un cuore sembra strano un galeotto non ha il cuore poi un giorno ecco la notte la paura e poi le botte chiuso in un cella color morte...
In quattro metri quadri otto braccia da lavare quattro bocche da sfamare e da ascoltare quanto tempo lì a sognare quanti giorni da scontare son la voce di chi vuol gridar
Non é vero non é vero da una cella non si vede il cielo non è vero che non si muore dentro la mia cella non c'é il sole MAI!!
Per dormire non ho un letto io c'ho solo un gabinetto queste mura nere sono le galere e sperare di uscire per un'ora nel cortile l'ora d'aria serve a non morire e cadere in depressione in una cella di rigore è più facile di un calcio ad un pallone poi un giorno ecco la notte la paura e poi le botte chiuso in una cella color morte
In quattro metri quadri otto braccia da lavare quattro bocche da sfamare e da ascoltare quanto tempo lì a sognare quanti giorni da scontare son la voce di chi vuol gridar
Non é vero non é vero da una cella non si vede il cielo non è vero che non si muore dentro la mia cella non c'é il sole MAI!!
Non é vero non é vero da una cella non si vede il cielo non è vero che non si muore dentro la mia cella non c'é il sole MAI!!
Non é vero non é vero da una cella non si vede il cielo non è vero che non si muore dentro la mia cella dentro la mia cella dentro la tua cella non c'é il sole MAI!!
QUATRE MÈTRES CARRÉS
Je suis un prisonnier, j'ai été condamné Trois de prison déjà passés Enfermé dans une cellule en compagnie d'un idéal J'avais tant envie de voler Je suis dedans aussi par amour; à moi aussi, le cœur battait C'est étrange : un forçat n'a pas de cœur Puis un jour : la nuit, la peur et puis, les coups Enfermé dans une cellule couleur de mort...
Dans quatre mètres carrés huit bras à laver Quatre bouches à nourrir et à écouter Tant de temps à rêver Tant de jours à décompter; je suis la voix de celui qui veut crier.
Il n'est pas vrai Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas Dans ma cellule, il n'y a pas de soleil JAMAIS !
Pour dormir, je n'ai pas de lit, j'ai seulement un cabinet Ces murailles noires sont mes prisons Et espérer sortir une heure dans la cour L'heure de sortie sert à ne pas mourir Et tomber en dépression dans une cellule de rigueur Est plus facile qu'un coup dans un ballon Puis un jour : la nuit, la peur et puis, les coups Enfermé dans une cellule couleur de mort...
Dans quatre mètres carrés huit bras à laver Quatre bouches à nourrir et à écouter Tant de temps à rêver Tant de jours à décompter; je suis la voix de celui qui veut crier.
Il n'est pas vrai Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas Dans ma cellule, il n'y a pas de soleil JAMAIS !
Il n'est pas vrai Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas Dans ma cellule, il n'y a pas de soleil JAMAIS !
Il n'est pas vrai Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas Dans ma cellule, Dans ma cellule, Dans ma cellule, Il n'y a pas de soleil JAMAIS !
ΤΕΣΣΕΡΑ ΤΕΤΡΑΓΩΝΙΚΑ ΜΕΤΡΑ
Είμαι φυλακισμένος, έχω καταδικαστεί, τρία χρόνια φυλακής εξέτισα κιόλας κλεισμένος σ' ένα κελί μαζί μ' ένα ιδανικό είχα μεγάλη όρεξη να πετάσω είμαι μέσα γι' αγάπη, κι εμένα μου χτυπούσε η καρδιά παράξενο, ένας φυλακισμένος δεν έχει καρδιά και μία μέρα να τη νύχτα το φόβο και τις ξυλιές κλεισμένος σ' ένα θανατόχρωμο κελί...
Σε τέσσερα τετραγωνικά μέτρα τέσσερα μπράτσα για πλύσιμο τέσσερα στόματα για χόρτασμα και για άκουσμα πόσο χρόνο εδώ να φαντάζομαι πόσες μέρες ακόμα να εκτίσω, είναι η φωνή όσων θέλουν να φωνάσουν
Δεν είναι αλήθεια δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις μες στο κελί μου ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!
Δεν έχω κρεββάτι να κοιμηθώ, μόνο έχω καμπινέ οι μαύροι τοίχοι αυτοί είναι οι φυλακές κι η ελπίδα να βγούμε μίαν ώρα στην αυλή η ώρα αέρα χρησιμεύει να μην πεθάνεις και να πέσεις στην καθίζηση στο πειθαρχείο είναι πιο εύκολο αντί να ρίξεις μια μπάλα και μία μέρα να τη νύχτα το φόβο και τις ξυλιές κλεισμένος σ' ένα θανατόχρωμο κελί...
Σε τέσσερα τετραγωνικά μέτρα τέσσερα μπράτσα για πλύσιμο τέσσερα στόματα για χόρτασμα και για άκουσμα πόσο χρόνο εδώ να φαντάζομαι πόσες μέρες ακόμα να εκτίσω, είναι η φωνή όσων θέλουν να φωνάσουν
Δεν είναι αλήθεια δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις μες στο κελί μου ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!
Δεν είναι αλήθεια δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις μες στο κελί μου ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!
Δεν είναι αλήθεια δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις μες στο κελί μου μες στο κελί μου μες στο κελί σου ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!
Siamo al secondo giorno nel 2012, e sembra che ci siano già stati due morti nelle carceri italiane. Morti dei quali, in generale, non ci chiediamo mai niente. Non hanno nome né storia; non hanno vita. Quei morti sono la galera. Ne sono la conseguenza e la logica. Anche tutti i gran difensori della Costituzione dovrebbero rendersi una buona volta conto che la galera non è fatta né per recuperare e né per rieducare, e che si tratta soltanto di prigione. "Indignarsi" per le "condizioni di vita" nelle galere presupporrebbe che si trattasse, appunto, di vita; non lo è. Ci si stupisce perché parecchi di coloro che si uccidono in carcere lo facciano magari "a poco tempo dalla scadenza della pena": il fatto è che in carcere non ci si uccide da soli, mai. In galera si viene ammazzati, comunque. Dall'impulso a farla finita fino all'essere ammazzati in qualche modo. Il fine della galera è trasformare un essere umano in un morto; stop. Bisognerebbe smetterla con le tiritere sul carcere umano e con altre baggianate del genere. In Italia, il carcere è basato sulla tortura. L'Italia è il paese del 41 bis, un regime carcerario che prevede il massimo grado di violenza esercitata sull'individuo nelle mani dello Stato, l'annientamento della sua identità, la soppressione di ogni sua autonomia. In nome della sicurezza si permette che la famosa Costituzione sia considerata quel che è: un'aulica e ipocrita carta straccia. Ma non c'è soltanto il 41 bis; in un paese dove chiunque ciancia di certezza della pena, dal politicante fino all'uomo qualunque nel bar, nulla si sa delle cosiddette pene ostative (in particolare l'ergastolo) che prevedono, applicate in misura sempre maggiore, l'impedimento di ogni pur minima possibilità di uscire. L'Italia è il paese dove questo regime di tortura è non soltanto incoraggiato e "pompato" in ogni modo, ma anche inculcato come necessario nella mente di tutti, a base di legislazioni di emergenza; per dirla con Pasquale de Feo, "uno Stato che usa la stessa violenza che ha sanzionato in chi ha in custodia diventa più criminale di chi vuole combattere". E' uno Stato che, attraverso i suoi rappresentanti, alimenta odio; e uno Stato che alimenta odio non è né "civile" e né "democratico". Ci si stupisce perché, in Norvegia, all'orribile Breivik, pur nella gravità di quel che ha compiuto, siano state applicate le stesse forme di garanzia riservate a tutti i cittadini; si fanno reportages sul carcere dove è rinchiuso, paragonato a "un hotel a 3 stelle". Questo perché la Norvegia è un paese realmente civile, e non ha abdicato all'odio istituzionalizzato. Perché la Norvegia non ha una classe politica stupida e feroce come la nostra. Avete invece presente Angelino Alfano, quello che ora fa il "segretario del PDL"? Quando era ministro della giustizia, ebbe a dichiarare di aver reso ancora più duro il 41 bis, e che i detenuti devono morirci dentro. Contemporaneamente, l'Italia è il paese che promuove le moratorie sulla pena di morte e che protesta con gli USA per il lager di Guantánamo; sarebbe ora che tutti si rendessero conto che Guantánamo è uno scherzetto in confronto alle galere italiane. 41 bis. Ergastolo. Condanne a morte diluite nel tempo. Un'amministrazione penitenziaria il cui delirio di onnipotenza è stato foraggiato e dotato di tutti gli strumenti legislativi necessari. L' "antimafia" resa una cricca di professionisti e una fabbrica di potere e ricchezza per tramite di un'area di potere comprendente magistrati, politici e media, con i relativi "eroi" (si pensi a Saviano, ma non solo a lui). Tutto contro la "criminalità", ma la criminalità, come sempre, viene adoperata dal potere politico quando gli è utile, e viene poi schiacciata quando non serve più.
E, allora, sarà bene fare un discorso. Per farlo, c'è bisogno di una persona che sta tutt'altro che simpatica. Ci sarebbe stato bene un Casseri Gianluca, se fosse sopravvissuto; scelgo invece quel tizio raffigurato nella fotografia in altro, Mora Dario detto (chissà perché) "Lele", carcerato. Alzi la mano chi non ha esultato, quando lo hanno messo in galera; finalmente! Lui che tiene il busto di Mussolini nello studio e si dichiara fascista. Lui che rifornisce di mignotte anche i fabbricanti del 41 bis e delle legislazioni di emergenza. Non c'è mica, poi, né all'ergastolo né al 41 bis: deve scontare 4 anni, 4 stupidissimi anni. Che sarà mai. Chissà quante coscienze pure, quanti democratici, persino quanti antagonisti o "anarchici" saranno stati felicissimi che un tipo del genere sia stato messo al gabbio. Perché, in questo paese, la galera ammette eccezioni anche in chi si dichiara del tutto contrario alla sua stessa esistenza; c'è sempre un antipatico, un fascista, un cialtrone o un avversario per il quale, invece, la galera può andare bene. Ce lo abbiamo dentro, il carcere, dentro di noi. Anche se proclamiamo di volerlo sbattere fuori, da qualche pertugio rientra sempre. Ci indigniamo per i nessuno, per gli ultimi che si suicidano in carcere ogni giorno, pubblichiamo elenchi aggiornati sui blog, riportiamo notizie; se Lele Mora fosse riuscito, l'altro giorno, a suicidarsi, molti avrebbero probabilmente esultato. Può essere che sia, questo, un discorso duro e antipatico; può essere persino, e benissimo, che tra coloro che non avrebbero sparso lacrime ci sarei stato anch'io. Sono convinto che ogni tipo di ribellione nasca principalmente dalla ribellione a se stessi. Alla propria pigrizia, alla propria comodità, alla pratica dell'eccezione acquisita. Quando vado ai cortei antagonisti, sento gridare spesso uno slogan che comincia così: Fuori i compagni dalle galere!...; è uno slogan curioso. Nella sua seconda parte c'è chi grida: dentro la Digos e le camicie nere! Non sono più fra quelli. Assieme ad altri, grido invece: Dentro nessuno, solo macerie! Significa: nessuno deve andare in galera. Le prigioni non devono essere costruite, devono essere abbattute. Ma è difficilissimo abbattercele nel nostro interno, in quell'interno che ha sempre qualcuno che ci fa piacere vederci dentro. Il nemico, quello che scorre per tutti i gradi dell'avversione, dall'antipatia fino all'odio.
Se non ce ne frega anche di Lele Mora, o di chiunque altro quei gradi li abbia scorsi tutti, smettiamola di accorarci per i disgraziati che si suicidano in galera ogni giorno. Se non pensiamo che il 41 bis, l'ergastolo, le pene emergenziali e quant'altro siano forme di tortura e di morte che lo Stato applica quotidianamente, smettiamola di starcene a scrivere belle parole sui blogghini. Se il suicidio di Ahmed il lavavetri ci fa pensare e dire certe cose, e quello di Lele Mora invece ci fa soltanto dispiacere che non sia riuscito, siamo definitivamente in galera e non ne usciremo mai, e non ne faremo mai uscire questo paese di merda. Se continuiamo a invocare vendette dopo cent'anni assieme ai parenti delle vittime (ma soltanto di certe vittime), siamo a nostra volta dei carcerieri e dei torturatori. Siamo tutti De Tormentis. Fuori tutti dalle galere. Fuori tutti dallo Stato, che è la galera che le riassume tutte.
Dieci anni fa, esatti, arrivavano quelle banconote e quelle monete là sopra. Può darsi che il sottoscritto, se non proprio il primo, sia stato tra i primi a farle arrivare nella città di Livorno. Anche se non il 1° gennaio. Il giorno dopo.
Il 1° gennaio, se ben mi ricordo, a Livorno neanche c'ero. Ero a Ravenna, a festeggiare. Assieme a una serie di persone delle quali, dieci anni dopo, in massima parte non so più nulla. Si brindava, si cantava e ci si abbracciava; ora, alcune di loro potrebbero essere anche morte senza che io ne abbia avuto notizia, e tutto sarebbe continuato a scorrere via come prima. Allo stesso modo, poiché il 21 settembre scorso nella categoria dei trapassati sarei potuto allegramente entrarci io, quelle stesse persone avrebbero potuto ignorare la cosa del tutto, e tutto sarebbe continuato a scorrere via come prima. Ma, allora, questo non lo sapevamo.
Non sapevamo neanche che, dieci anni dopo, quelle monete ci avrebbero, come dire, causato qualche lieve problema. Per un certo periodo continuarono ad essere usate accanto alle lire; non il sottoscritto. Fermo restando che, allora, non avevo una lira e andai avanti senza avere un euro, fui colto da un entusiasmo e da una decisione che non so bene situare politicamente; ma chi se ne frega. Le lire cessarono di esistere. Tuttora, non sono tra quelli che rimpiangono la lira, non foss'altro perché da dieci anni non si vedono più quelle facce di culo che c'erano stampate sopra, da Cristoforo Colombo a Maria Montessori.
Il 2002. Cominciava un anno che di quelli. La città di Livorno cominciò a darmi l'addio con uno strano episodio notturno mentre ero andato a comprare le sigarette a una macchinetta. Il 29 marzo alle ore 21 circa scrissi un post sulle lingue pregreche. Il giorno dopo, verso le 15, mi cambiò tutta la vita, con un tizio che i soldi ce li aveva anche nel cognome il quale mi prestò, appunto, cinquanta euro. Mi servivano per prendere un treno. Via da Livorno, via da un periodo. Cominciarono le peregrinazioni per mezza Europa. Anche di queste, dieci anni dopo, non è rimasto quasi nulla che non sia ricordo.
Si vede che doveva andare così. E non per fatalismo, perché sono assolutamente convinto che ogni cosa sia legata all'altra dalla relazione di causa e di effetto. Però, cascasse il mondo su un pero, venerdì 30 marzo verso le 15 sarò, da solo, a Livorno. In via de Larderel, dove c'era il pub "Nessie". Non so nemmeno più cosa ci sia al suo posto, ora. Però, nella confusione di quei momenti, giurai a me stesso che dieci anni dopo ci sarei tornato a chiudere un cerchio; e ho tutta l'intenzione di tener fede a quel giuramento.
Ci sarà un brindisi ideale alla salute di tutti. Di quelli il cui ricordo ancora mi suscita piacere, e anche di quelli il cui ricordo non me lo suscita più. Alla salute del tizio coi soldi nel cognome e dei suoi cinquanta euro, che gli restituii quasi due anni dopo. Alla salute di un treno e di un'alba. Alla salute di un'esplosione chiudente. Alla salute dell'amore e dell'odio. Alla salute dell'indifferenza e dell'oblio. Alla salute della vita e della morte.
E pensare che ieri sera, poco prima di recarmi a festeggiare assieme a persone che, dieci anni fa, neppure sapevo che esistessero, mi sono fermato a un bancomat. Bisognava che ritirassi cinquanta euro per fare uno strappo alla regola. Sí, perché certe cose non le potrei più mangiare o bere; ma, comunque, ci sono andato piano. Lo smodato per eccellenza è diventato, di colpo, parco. E ha dieci anni in più. Ci son dei fili che si chiamano vita, e tenerli assieme non è facile; però è probabile che la maggior parte delle persone non se ne curi neanche troppo. Io, invece, sono tra quelli che non potrebbe farne mai a meno; non so se sia una fortuna o una disgrazia.
Prendere un treno, pagandolo una ventina d'euro andata e ritorno, per andare mezz'ora davanti a un caseggiato di Livorno a camminare, brindando con l'aria. Rivedersi? Sarà difficile, non mi ricordo nemmeno che aspetto avevo, com'ero vestito. Intanto dormono, qui accanto a me; intanto dormono e sognano.
"Non ho potuto fare granché, a parte inculcargli qualche sano principio sulla pratica assidua dell'anarchia"." Armand Vandoosler "il Vecchio", per tramite di Fred Vargas.
"Quant'è vero che una discesa vista dal basso somiglia tanto a una salita." Dai "Pensieri di Pippo" .
"L'ottimista è colui che vede nella grandine una buona partenza per un mojito." Da un messaggio SMS del Pratile dell'anno CCXXIII.
"L'unica cosa più triste di un luna park vuoto sotto la pioggia è un luna park sotto la pioggia pieno di sbirri." Sandrone Dazieri.
"La vera pornografia è l'esercizio del potere."
Rocco Siffredi.
"Si resta affezionati alle proprie fantasticherie; diventano una parte di noi, sono nella memoria lunga. Ci son delle volte in cui, senza un motivo ed in un luogo qualsiasi, tornano alla mente. Ed allora si torna per un attimo ad aprire quella porta del faro di Palmaiola, chiusa da anni; si spolverano i mobili e le suppellettili, si verifica se le apparecchiature sono tutte in ordine, si aggiusta quella zampa di tavolino che cigolava e s'innaffiano i vasi di fiori che, chissà come, non appassiscono mai. Si dà un'ultima controllatina, si richiude la porta a tripla mandata e si torna alla legge di gravità. Ma tutto dev'essere pronto all'uso, sempre, in qualsiasi momento."
Risyart Vendtūr, enie syestā dănē săn gozăm mihkar, in tabāi mihkar ya săn brāmonāi mihkar; ya syestā dănē yasyi enhŭltig. Tāmā gozmăn, tāmā tabāin ya tāmā brāmonāin takveis mad, madne ya madsye udnŏmsyi pŏll. Ik rizkăv nyertenien va nyertăton.
Anvīssraz viyustāi mān perfīl pŏlen, kliki ap to perfīl in tŭlyan; emmeret nălebiez rhudăn in to, syestā gegrāb ik.
The Asocial
Riccardo Venturi, one who feels good with few people, in few places and with few things; and one who feels very good even alone. Anyway, he loves, used to love and maybe will even love so much all of these people, things and places. Here you find someone or something of them.
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Ο Aκοινωνικός
Ρικάρδος Βεντούρης, ένας που κάνει καλά με λίγο κόσμο, σε λίγους τόπους και με λίγα πράγματα, και που κάνει πολύ καλά μοναδικός επίσης. Εκείνον τον κόσμο, εκείνους τους τόπους κι εκείνα τα πράγματα, πάντως, τα αγαπάει, αγαπούσε κι ίσως θα αγαπάει πολύ. Εκεί βρίσκετε κανέναν ή κάτι τι.
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Se per caso sei uno di quei bischeri che arriva su questo blog da un link o qualcos'altro proveniente da una pagina "Facebook" a mio nome, devi sapere che si tratta di una falsa pagina e che il sottoscritto non ci ha nulla a che vedere. In questo blog, e più in generale nella mia vita, "Facebook" è assolutamente off-limits. Qui si usa esclusivamente il vecchio, caro contatto diretto: telefono e indirizzo del blogger sono sotto il titolo. Se vuoi, puoi anche utilizzare un'arcaica email: k.riccardo@gmail.com .
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Should you be one of those morons accessing this blog by a link -or sort of- from a “Facebook” page labeled to my name, please be informed that it is a fake page and that I have nothing to do with it. In this blog, and more generally in my life, “Facebook” is totally off-limits. Only the old & beloved direct contact is used here: the blogger's phone number and personal address are clearly stated under the title. If you want you can use an old-fashioned e-mail address: k.riccardo@gmail.com .
Idenān al to Fĕyskăbulākāi
Anberraz elhenē enie tăr nāmākăbulākāi alsyegīyă al te blog med lyŭm au nyertătollŏs ek eno silīd nă Fĕysbūk la mān imien, varhissūk maladdukar syesī eno silīd apannŭsig ya năsyehē to pādgegrāb nyerăn in kazyuna săm. In te blog, ya eitenemenniyos in mān gvī, “Fĕysbūk” sī sănŏlligē eksenya. Ik ovilur nomĕz to kondāg năgedismed syen ya gemad: to nomăr nă telefōn ya to diftinis părsonig nă to blogdār ŏmsulnă pād to tităl. Anvīssraz to, oviluhantăz diftinis syenmōdig nă iměyl: k.riccardo@gmail.com .
Questo blog aderisce alla Prima Internazionale contro i Fagiolini Lessi.
Ai sensi della legge n° sonasega del millenovecentosettanta e rotti del Principato d'Andorra, questo blog non è da considerarsi una testata, bensì una gomitata e talvolta anche una pedatanegli stinchi. Le leggi del principato d'Andorra sono così, e se non vi garbano pigliatevela col Presidente della Repubblica Francese e con il Vescovo della Séu d'Urgell. Casomai non riusciste a contattarli per esternare loro le vostre rimostranze, cazzi vostri. Qualsiasi accusa di giornalismo rivolta verso questo blog è quindi da ritenersi infondata. - Inno del Principato d'Andorra.
Questo blog sostiene e consuma lo Scorpione di Trinidad
Avete pagato caro, non avete pagato tutto. La rivista "Rosso" (1973-1979).
Boris Vian, Je voudrais pas crever
Boris Vian, L'arrache-cœur
Bruno Kress, Isländische Grammatik
Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore
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Clifford D. Simak, Anni senza fine (City)
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Fiabe Toscane, a cura di Carlo Lapucci
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Friedrich Dürrenmatt, Das Versprechen
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Jaufré Rudel de Blaia, Poesie
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Juan Rodolfo Wilcock, Poesie
Klaus Schönberger (Hg.), Vabanque. Bankraub. Theorie. Praxis. Geschichte.
Kurt Vonnegut, Mattatoio n°5
La Bibbia dei Poveri, a cura di Carlo Lapucci
La cuoca di Buenaventura Durruti. La cucine spagnola al tempo della guerra civile. Ricette e ricordi.
Lola Lafon, Une fièvre impossible à négocier
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Marcel Pagnol, Jean de Florette
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Marco Cimarosti, Non legitur
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Mikis Theodorakis, Diario del carcere
Nanni Balestrini, Primo Moroni, L'Orda d'oro
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Nikos Kazantzakis, Zorba il greco
Odysseas Elytis, Το 'Αξιον Εστί
Omero, Iliade
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Osvaldo Soriano, Triste, solitario y final
Paco Ignacio Taibo II, Arcangeli
Per Denez, Brezhoneg buan hag aes. Le cours de breton pour tous
Peter Mackridge, The Modern Greek Language
Philip K. Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch
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Ramiro Ortiz, In ciuda submarinelor. Ziarul unui pribeag român de la Arhangelsk la Montrose.
Raoul Vaneigem, Ai Viventi, sulla Morte che li governa e sull'opportunità di disfarsene
Raoul Vaneigem, Traité de savoir vivre à l'usage des jeunes générations
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Richard Adams, Watership Down
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