lunedì 9 gennaio 2012

Carmen de Petri militia


Fra un paio di giorni, Fabrizio de André sarà rimorto. Poi, come tutti gli anni, rinasce poco dopo la metà di febbraio. Oggi m'è preso di ricordarlo in un modo un po' così, ma estremamente "mio": ho tradotto "La guerra di Piero" in latino. Addirittura con qualche rima (o assonanza) qua e là e cercando di tenere un po' il ritmo. Naturalmente ne è venuta fuori una cosa piuttosto buffa, e di quella buffezza che riescono ad avere soltanto le cose più improbabili. Del resto, è pure improbabile che Fabrizio de André sia morto; per me sta nascosto nel Borneo assieme a Elvis Presley. E che non vi vengano strane idee, perché Adolfo Hitler sta in Argentina.


CARMEN DE PETRI MILITIA
a Fabricio De André compositum a.D. MCMLXIV
in Latinum sermonem vertit Richardus Venturi
die IX Ianuario a.D. MMXII

Pro te sepulto atque dormiente
neque rosae in agro frumenti
neque tulipae e fossis umbrosis
vigilant, sed milia rubrorum florum.

“Utinam fluant secundum ripas
rivi mei argentei lucii esoces!
Sed ut ferantur corpora mortua
militum nolo secundo amne.”

Tempore brumae haec dixisti
agitatusque furiis abisti,
in faciem tuam omniumque aliorum
conscriptorum nivem inspuit ventus.

Petre, nunc recte tibi consistendum,
atque te mollire ventum sinendum.
Tecum fers vocem mortuorum proeliantum
cruce pro vita remuneratorum.

Sed non audisti. Tempus fugiebat
et pleno gradu menses effluebant,
externum limitem demum transisti
suave die in tempore verni.

Umeris animam sicut transferens
vidisti in valle aliquem distantem
ut te morosum, tetricum, tristem
sed differentem vestitum habentem.

Petre, nunc tibi hunc est percutendum
bis terque tibi hunc est verberandum
dum eum exanimem atque morientem
in suum sanguinem vides decidentem.

“Percute frons vel cor vel caput,
tantum moriendi ut ei sit tempus.
Sed mihi ut observem sufficiet tempus
vultum oculosque hominis morientis."

Dum tecum reputas animo tam benigno
se vertit iste terrore perculsus,
te aspicit, capit ignivoma tela
tibique officium et obsequium non reddit.

Gemitum nullum edens decidisti,
ad punctum temporis hoc percepisti
temporis satis tibi non futurum
ad peccatorum veniam petendam.

Gemitum nullum edens decidisti,
ad punctum temporis hoc percepisti
de te illo die esse acturum
teque numquam esse rediturum.

“Ninula mea, ut moriar mense Maio
maximo animo mihi confidendum.
Ninula pulchra, di sane me perdant
sed hoc malueram tempore brumae.”

Atque frumento aures praebente
telum manibus constringebas,
et ore verba tua retinebas
adstricta gelu quae sol non solvebat.

Pro te sepulto atque dormiente
neque rosae in agro frumenti
neque tulipae e fossis umbrosis
vigilant, sed milia rubrorum florum.


sabato 7 gennaio 2012

Finite le feste


Sette gennaio duemiladieci. Rosarno.

Basta così.

martedì 3 gennaio 2012

Streghe e vie


Il vicolo delle Streghe si trova a Bientina, in provincia di Pisa. A dire il vero, sto ancora chiedendomi che ci facessero le streghe, a Bientina; certo, a giudicare dalla strada loro riservata, dovevano stare piuttosto...pigiate, dato che è un vicoletto lungo sí e no quaranta metri e con due soli portoni di case. Può darsi semplicemente che ci abitassero, in un'epoca imprecisata, due vecchiacce tipo quelle che, a Chiessi, "difendevano" la fontana della piazza. Oppure no, c'erano per davvero le streghe con tanto di scope, cappellacci, pozioni e filtri magici. Chi lo sa. Mi è presa la curiosità se alle streghe, in Italia, siano state "dedicate" altre vie o piazze; mi sarei ad esempio aspettato che ce ne fosse stata una nella città più "streghesca" d'Italia, Benevento. Invece a Benevento devono aver deciso che il liquore era abbastanza, a parte una "Locanda delle streghe" che propone cucina tipica. Ma di vie manco l'ombra. Un'altra "via delle Streghe" si trova invece a Pordenone, altra città che non avrei associato loro nemmeno per sogno (a dire il vero, di Pordenone so soltanto che c'è, o c'era, lo stabilimento di elettrodomestici Zanussi; quindi, magari, ignoro del tutto la famosa storia delle streghe di Pordenone cui è intitolata la via). Una "via delle Streghe" c'è anche a Perugia, e qui va già un po' meglio; Perugia, ce la vedo abbastanza bene come città stregata. Immagino anche, se il celebre delitto di Meredith fosse avvenuto in via delle Streghe invece che in un'apparentemente rassicurante e rilassante "via della Pergola", questo avrebbe aggiunto parecchio pathos alle trasmissioni di Bruno Vespa. "Via delle Streghe" è chiamata anche una sorta di sentiero escursionistico, o di bicicletta da montagna (visto con quanta naturalezza si può evitare di dire trekking e mountain bike?) in Liguria, presso Molini di Triora in provincia di Imperia; poiché corre in mezzo a un bosco e su un monte, la denominazione streghesca può avere a che fare con qualche oscura leggenda locale. O, forse, è la geniale idea di qualche membro della Pro Loco. Però per trovare, finalmente, una "via delle Streghe" dedicata a streghe vere, DOC, inconfutabili, bisogna tornare in Toscana e sempre in provincia di Pisa. E dove, se non nell'etrusca e misteriosa Volterra? Cliccando sul link, si apprendono notizie inquietanti quanto interessanti. Ad esempio, sembra che addirittura la prima strega documentata, Aradia, fosse volterrana. Sarebbe stata nientepopodimeno che figlia della dea Diana, mandata sulla terra per insegnare la stregoneria agli uomini provati dalla fame e dalla schiavitù. Di Aradia è riportata persino la data di nascita: ovviamente non poteva nascere, che so io, un banale 27 ottobre del 1245 o un 18 luglio 1324. No: era nata il 13 agosto 1313. Agosto non conta, il mese poteva essere uno qualsiasi perché non poteva certo nascere il 13/13/1313; o magari, se era una strega, il tredicesimo mese poteva pure inventarselo, eh. Aradia fu (toh!) condannata a morte dalla chiesa; come dire, fin dall'inizio la santa, romana, cattolica & apostolica fece capire l'andazzo. Solo che, il giorno dell'esecuzione, la cella di Aradia fu trovata vuota. Tiè. Piglia e porta a casa. Dal giorno d'oggi, che per l'appunto è un 13 (nevoso dell'anno CCXX), divengo un fan sfegatato di Aradia e ne suggerisco il culto. Ma il borgo di Volterra era luogo di raccolta di un'altra terribile congrega di streghe: le streghe di Mandringa (mi raccomando la "r"), dal nome di un masso situato presso uno dei luoghi più affascinanti e terribili di Volterra, le Balze. Là svolgevano le loro malefiche riunioni; addirittura le Balze stesse sarebbero di origine demoniaca (e chiunque le abbia viste e vi si sia sporto anche per un attimo, non può che essere d'accordo). Infine, e qui mi sembra d'essere a casa, c'è la strega Elena di Travale. Con Travale ho un curioso legame, che un giorno mi ci ha portato assieme alla Daniela (nota strega piacentina) per partecipare alla festa della Guaita, o roba del genere, con un'ottima cena e, soprattutto, la pubblica lettura in piazza di una cosa mezza linguistica che avevo scritto tempo addietro. Scoprire che a Travale, oltre alle Testimonianze del 1058 e alla Guaita che guaita male e che non mangiò che mezo pane, c'è pure una storica strega, mi fa venir voglia di tornarci all'istante. Elena di Travale era però una che te la raccomando; la chiamavano la "strega dei rondinini" perché, per i suoi sortilegi, utilizzava la polvere ricavata dai resti delle rondini che faceva prima bollire in pentola. Insomma, non propriamente una strega animalista. Immagino poi anche che, a Travale, la primavera tardasse un po' a arrivare. Naturalmente fu accusata d'ogni cosa dal tribunale ecclesiastico di Volterra; accadde il 12 giugno 1423. Però Elena se la cavò con una pena relativamente mite: fu messa alla gogna, multata di 50 fiorini (che erano comunque una bella sommetta) e espulsa dal territorio diocesano di Volterra. Ma la cosa si spiega abbastanza bene: il vescovo di Volterra, Francesco Soderini, aveva un segretario, tale Eugenio Torralba, che era a sua volta uno stregone. Ci vedrei bene anche un paio di nottatine orgiastiche tra la bella Elena, il segretario stregone e l'alto prelato.

A questo punto, per chiudere ci vuole una canzoncina. Fatta direttamente dalle streghe, in questo caso incarnatesi in un un gruppo musicale finlandese, i Tarujen Saari (vuol dire "isola dei misteri"). La prosperosa capostrega, assieme alle sue lascive sorelle a altri tizi vestiti di roba simil-runica comprata all'Ikea, interpretano Kaksitoista noitaa ("Le dodici streghe") in un video costato, a loro dire, 100 euri. Con sentita dedica, però non mi chiedete che cazzo vuol dire quello che cantano (a parte maailmassa che vuol dire "nel mondo"; "mondo", in finlandese, si dice "mela di terra", come pomme de terre. Insomma, per i finlandesi il mondo è una patata).



lunedì 2 gennaio 2012

Ecco come si fa (video istruttivo).


(Riprendo e amplio la cosa da Liberi Eretici Maledetti)

Atene, 7 dicembre 2011.

E' il giorno dopo l'anniversario dell'assassinio di Alexis Grigoropoulos da parte di un poliziotto delle squadre speciali antisommossa greche.

Un gruppo di ambulanti africani viene attaccato dalle forze dei vigili urbani ateniesi in via Patision, in pieno centro. Gli immigrati reagiscono, e i vigili devono darsela a gambe e chiamare rinforzi; arrivano gli antisommossa. Quelli che sparano ai quindicenni, insomma.

Non se l'aspettano. Gli immigrati contrattaccano lanciando contro i poliziotti letteralmente ogni cosa; qualcuno riprende tutta la scena. Dopo un po', anche i poliziotti armati fino ai denti devono battere precipitosamente fuga. Ma di corsa!

Qualche destronzo greco ha la brillante idea di mettere tutto il video su YouTube, permettendo così a tutti di gustarselo ammodino. Mi permetto di dire che, capendo cosa c'è scritto nei commenti sottostanti, il gusto è per me ancora maggiore: da un lato deliri fascistoidi e razzisti, dall'altro prese di culo spaventose alla polizia e solidarietà con gli immigrati attaccati quasi quotidianamente.

Il destronzo ha intitolato il video "Storie di quotidiana follia al 'mercato' di Patision". Follia? Storie di quotidiana rivolta. Storie di quotidiana rabbia. La follia al mercato non è stata a Atene, è stata qui a Firenze. A cura di uno dei loro. A cura di uno che frequentava un posticino con tanti amichetti questori e questurini. Gli immigrati africani di Atene insegnano opportunamente come si fa in questi casi.

Una canzone. Une chanson. 'Ενα τραγούδι.



L'ha scritta Enrico Signori, mentre era in galera. La cantano i Malasuerte Fi*sud. La traduzione francese è di Marco Valdo M.I. La traduzione greca è mia.

QUATTRO METRI QUADRI

Sono un carcerato, sono stato condannato
tre anni di galera ho già scontato
chiuso in una cella in compagnia di un ideale
avevo tanta voglia di volare
sono dentro per amore anche a me batteva un cuore
sembra strano un galeotto non ha il cuore
poi un giorno ecco la notte la paura e poi le botte
chiuso in un cella color morte...

In quattro metri quadri otto braccia da lavare
quattro bocche da sfamare e da ascoltare
quanto tempo lì a sognare
quanti giorni da scontare son la voce di chi vuol gridar

Non é vero
non é vero da una cella non si vede il cielo
non è vero che non si muore
dentro la mia cella non c'é il sole MAI!!

Per dormire non ho un letto io c'ho solo un gabinetto
queste mura nere sono le galere
e sperare di uscire per un'ora nel cortile
l'ora d'aria serve a non morire
e cadere in depressione in una cella di rigore
è più facile di un calcio ad un pallone
poi un giorno ecco la notte la paura e poi le botte
chiuso in una cella color morte

In quattro metri quadri otto braccia da lavare
quattro bocche da sfamare e da ascoltare
quanto tempo lì a sognare
quanti giorni da scontare son la voce di chi vuol gridar

Non é vero
non é vero da una cella non si vede il cielo
non è vero che non si muore
dentro la mia cella non c'é il sole MAI!!

Non é vero
non é vero da una cella non si vede il cielo
non è vero che non si muore
dentro la mia cella non c'é il sole MAI!!

Non é vero
non é vero da una cella non si vede il cielo
non è vero che non si muore
dentro la mia cella
dentro la mia cella
dentro la tua cella
non c'é il sole MAI!!

QUATRE MÈTRES CARRÉS

Je suis un prisonnier, j'ai été condamné
Trois de prison déjà passés
Enfermé dans une cellule en compagnie d'un idéal
J'avais tant envie de voler
Je suis dedans aussi par amour; à moi aussi, le cœur battait
C'est étrange : un forçat n'a pas de cœur
Puis un jour : la nuit, la peur et puis, les coups
Enfermé dans une cellule couleur de mort...

Dans quatre mètres carrés huit bras à laver
Quatre bouches à nourrir et à écouter
Tant de temps à rêver
Tant de jours à décompter; je suis la voix de celui qui veut crier.

Il n'est pas vrai
Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel
Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas
Dans ma cellule, il n'y a pas de soleil JAMAIS !

Pour dormir, je n'ai pas de lit, j'ai seulement un cabinet
Ces murailles noires sont mes prisons
Et espérer sortir une heure dans la cour
L'heure de sortie sert à ne pas mourir
Et tomber en dépression dans une cellule de rigueur
Est plus facile qu'un coup dans un ballon
Puis un jour : la nuit, la peur et puis, les coups
Enfermé dans une cellule couleur de mort...

Dans quatre mètres carrés huit bras à laver
Quatre bouches à nourrir et à écouter
Tant de temps à rêver
Tant de jours à décompter; je suis la voix de celui qui veut crier.

Il n'est pas vrai
Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel
Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas
Dans ma cellule, il n'y a pas de soleil JAMAIS !

Il n'est pas vrai
Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel
Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas
Dans ma cellule, il n'y a pas de soleil JAMAIS !

Il n'est pas vrai
Il n'est pas vrai que d'une cellule on ne voit pas le ciel
Il n'est pas vrai qu'on n'y meurt pas
Dans ma cellule,
Dans ma cellule,
Dans ma cellule,
Il n'y a pas de soleil JAMAIS !

ΤΕΣΣΕΡΑ ΤΕΤΡΑΓΩΝΙΚΑ ΜΕΤΡΑ

Είμαι φυλακισμένος, έχω καταδικαστεί,
τρία χρόνια φυλακής εξέτισα κιόλας
κλεισμένος σ' ένα κελί μαζί μ' ένα ιδανικό
είχα μεγάλη όρεξη να πετάσω
είμαι μέσα γι' αγάπη, κι εμένα μου χτυπούσε η καρδιά
παράξενο, ένας φυλακισμένος δεν έχει καρδιά
και μία μέρα να τη νύχτα το φόβο και τις ξυλιές
κλεισμένος σ' ένα θανατόχρωμο κελί...

Σε τέσσερα τετραγωνικά μέτρα
τέσσερα μπράτσα για πλύσιμο
τέσσερα στόματα για χόρτασμα και για άκουσμα
πόσο χρόνο εδώ να φαντάζομαι
πόσες μέρες ακόμα να εκτίσω,
είναι η φωνή όσων θέλουν να φωνάσουν

Δεν είναι αλήθεια
δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός
δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις
μες στο κελί μου ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!

Δεν έχω κρεββάτι να κοιμηθώ, μόνο έχω καμπινέ
οι μαύροι τοίχοι αυτοί είναι οι φυλακές
κι η ελπίδα να βγούμε μίαν ώρα στην αυλή
η ώρα αέρα χρησιμεύει να μην πεθάνεις
και να πέσεις στην καθίζηση στο πειθαρχείο
είναι πιο εύκολο αντί να ρίξεις μια μπάλα
και μία μέρα να τη νύχτα το φόβο και τις ξυλιές
κλεισμένος σ' ένα θανατόχρωμο κελί...

Σε τέσσερα τετραγωνικά μέτρα
τέσσερα μπράτσα για πλύσιμο
τέσσερα στόματα για χόρτασμα και για άκουσμα
πόσο χρόνο εδώ να φαντάζομαι
πόσες μέρες ακόμα να εκτίσω,
είναι η φωνή όσων θέλουν να φωνάσουν

Δεν είναι αλήθεια
δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός
δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις
μες στο κελί μου ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!

Δεν είναι αλήθεια
δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός
δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις
μες στο κελί μου ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!

Δεν είναι αλήθεια
δεν είναι αλήθεια, απ' ένα κελί δε βλέπεται ο ουρανός
δεν είναι αλήθεια ότι δε πεθαίνεις
μες στο κελί μου
μες στο κελί μου
μες στο κελί σου
ο ήλιος δε μπαίνει ΠΟΤΕ!!

Dentro nessuno, solo macerie


Siamo al secondo giorno nel 2012, e sembra che ci siano già stati due morti nelle carceri italiane. Morti dei quali, in generale, non ci chiediamo mai niente. Non hanno nome né storia; non hanno vita. Quei morti sono la galera. Ne sono la conseguenza e la logica. Anche tutti i gran difensori della Costituzione dovrebbero rendersi una buona volta conto che la galera non è fatta né per recuperare e né per rieducare, e che si tratta soltanto di prigione. "Indignarsi" per le "condizioni di vita" nelle galere presupporrebbe che si trattasse, appunto, di vita; non lo è. Ci si stupisce perché parecchi di coloro che si uccidono in carcere lo facciano magari "a poco tempo dalla scadenza della pena": il fatto è che in carcere non ci si uccide da soli, mai. In galera si viene ammazzati, comunque. Dall'impulso a farla finita fino all'essere ammazzati in qualche modo. Il fine della galera è trasformare un essere umano in un morto; stop. Bisognerebbe smetterla con le tiritere sul carcere umano e con altre baggianate del genere. In Italia, il carcere è basato sulla tortura. L'Italia è il paese del 41 bis, un regime carcerario che prevede il massimo grado di violenza esercitata sull'individuo nelle mani dello Stato, l'annientamento della sua identità, la soppressione di ogni sua autonomia. In nome della sicurezza si permette che la famosa Costituzione sia considerata quel che è: un'aulica e ipocrita carta straccia. Ma non c'è soltanto il 41 bis; in un paese dove chiunque ciancia di certezza della pena, dal politicante fino all'uomo qualunque nel bar, nulla si sa delle cosiddette pene ostative (in particolare l'ergastolo) che prevedono, applicate in misura sempre maggiore, l'impedimento di ogni pur minima possibilità di uscire. L'Italia è il paese dove questo regime di tortura è non soltanto incoraggiato e "pompato" in ogni modo, ma anche inculcato come necessario nella mente di tutti, a base di legislazioni di emergenza; per dirla con Pasquale de Feo, "uno Stato che usa la stessa violenza che ha sanzionato in chi ha in custodia diventa più criminale di chi vuole combattere". E' uno Stato che, attraverso i suoi rappresentanti, alimenta odio; e uno Stato che alimenta odio non è né "civile" e né "democratico". Ci si stupisce perché, in Norvegia, all'orribile Breivik, pur nella gravità di quel che ha compiuto, siano state applicate le stesse forme di garanzia riservate a tutti i cittadini; si fanno reportages sul carcere dove è rinchiuso, paragonato a "un hotel a 3 stelle". Questo perché la Norvegia è un paese realmente civile, e non ha abdicato all'odio istituzionalizzato. Perché la Norvegia non ha una classe politica stupida e feroce come la nostra. Avete invece presente Angelino Alfano, quello che ora fa il "segretario del PDL"? Quando era ministro della giustizia, ebbe a dichiarare di aver reso ancora più duro il 41 bis, e che i detenuti devono morirci dentro. Contemporaneamente, l'Italia è il paese che promuove le moratorie sulla pena di morte e che protesta con gli USA per il lager di Guantánamo; sarebbe ora che tutti si rendessero conto che Guantánamo è uno scherzetto in confronto alle galere italiane. 41 bis. Ergastolo. Condanne a morte diluite nel tempo. Un'amministrazione penitenziaria il cui delirio di onnipotenza è stato foraggiato e dotato di tutti gli strumenti legislativi necessari. L' "antimafia" resa una cricca di professionisti e una fabbrica di potere e ricchezza per tramite di un'area di potere comprendente magistrati, politici e media, con i relativi "eroi" (si pensi a Saviano, ma non solo a lui). Tutto contro la "criminalità", ma la criminalità, come sempre, viene adoperata dal potere politico quando gli è utile, e viene poi schiacciata quando non serve più.

E, allora, sarà bene fare un discorso. Per farlo, c'è bisogno di una persona che sta tutt'altro che simpatica. Ci sarebbe stato bene un Casseri Gianluca, se fosse sopravvissuto; scelgo invece quel tizio raffigurato nella fotografia in altro, Mora Dario detto (chissà perché) "Lele", carcerato. Alzi la mano chi non ha esultato, quando lo hanno messo in galera; finalmente! Lui che tiene il busto di Mussolini nello studio e si dichiara fascista. Lui che rifornisce di mignotte anche i fabbricanti del 41 bis e delle legislazioni di emergenza. Non c'è mica, poi, né all'ergastolo né al 41 bis: deve scontare 4 anni, 4 stupidissimi anni. Che sarà mai. Chissà quante coscienze pure, quanti democratici, persino quanti antagonisti o "anarchici" saranno stati felicissimi che un tipo del genere sia stato messo al gabbio. Perché, in questo paese, la galera ammette eccezioni anche in chi si dichiara del tutto contrario alla sua stessa esistenza; c'è sempre un antipatico, un fascista, un cialtrone o un avversario per il quale, invece, la galera può andare bene. Ce lo abbiamo dentro, il carcere, dentro di noi. Anche se proclamiamo di volerlo sbattere fuori, da qualche pertugio rientra sempre. Ci indigniamo per i nessuno, per gli ultimi che si suicidano in carcere ogni giorno, pubblichiamo elenchi aggiornati sui blog, riportiamo notizie; se Lele Mora fosse riuscito, l'altro giorno, a suicidarsi, molti avrebbero probabilmente esultato. Può essere che sia, questo, un discorso duro e antipatico; può essere persino, e benissimo, che tra coloro che non avrebbero sparso lacrime ci sarei stato anch'io. Sono convinto che ogni tipo di ribellione nasca principalmente dalla ribellione a se stessi. Alla propria pigrizia, alla propria comodità, alla pratica dell'eccezione acquisita. Quando vado ai cortei antagonisti, sento gridare spesso uno slogan che comincia così: Fuori i compagni dalle galere!...; è uno slogan curioso. Nella sua seconda parte c'è chi grida: dentro la Digos e le camicie nere! Non sono più fra quelli. Assieme ad altri, grido invece: Dentro nessuno, solo macerie! Significa: nessuno deve andare in galera. Le prigioni non devono essere costruite, devono essere abbattute. Ma è difficilissimo abbattercele nel nostro interno, in quell'interno che ha sempre qualcuno che ci fa piacere vederci dentro. Il nemico, quello che scorre per tutti i gradi dell'avversione, dall'antipatia fino all'odio.

Se non ce ne frega anche di Lele Mora, o di chiunque altro quei gradi li abbia scorsi tutti, smettiamola di accorarci per i disgraziati che si suicidano in galera ogni giorno. Se non pensiamo che il 41 bis, l'ergastolo, le pene emergenziali e quant'altro siano forme di tortura e di morte che lo Stato applica quotidianamente, smettiamola di starcene a scrivere belle parole sui blogghini. Se il suicidio di Ahmed il lavavetri ci fa pensare e dire certe cose, e quello di Lele Mora invece ci fa soltanto dispiacere che non sia riuscito, siamo definitivamente in galera e non ne usciremo mai, e non ne faremo mai uscire questo paese di merda. Se continuiamo a invocare vendette dopo cent'anni assieme ai parenti delle vittime (ma soltanto di certe vittime), siamo a nostra volta dei carcerieri e dei torturatori. Siamo tutti De Tormentis. Fuori tutti dalle galere. Fuori tutti dallo Stato, che è la galera che le riassume tutte.

domenica 1 gennaio 2012

Anniversari


Dieci anni fa, esatti, arrivavano quelle banconote e quelle monete là sopra.
Può darsi che il sottoscritto, se non proprio il primo, sia stato tra i primi a farle arrivare nella città di Livorno. Anche se non il 1° gennaio. Il giorno dopo.

Il 1° gennaio, se ben mi ricordo, a Livorno neanche c'ero. Ero a Ravenna, a festeggiare. Assieme a una serie di persone delle quali, dieci anni dopo, in massima parte non so più nulla. Si brindava, si cantava e ci si abbracciava; ora, alcune di loro potrebbero essere anche morte senza che io ne abbia avuto notizia, e tutto sarebbe continuato a scorrere via come prima. Allo stesso modo, poiché il 21 settembre scorso nella categoria dei trapassati sarei potuto allegramente entrarci io, quelle stesse persone avrebbero potuto ignorare la cosa del tutto, e tutto sarebbe continuato a scorrere via come prima. Ma, allora, questo non lo sapevamo.

Non sapevamo neanche che, dieci anni dopo, quelle monete ci avrebbero, come dire, causato qualche lieve problema. Per un certo periodo continuarono ad essere usate accanto alle lire; non il sottoscritto. Fermo restando che, allora, non avevo una lira e andai avanti senza avere un euro, fui colto da un entusiasmo e da una decisione che non so bene situare politicamente; ma chi se ne frega. Le lire cessarono di esistere. Tuttora, non sono tra quelli che rimpiangono la lira, non foss'altro perché da dieci anni non si vedono più quelle facce di culo che c'erano stampate sopra, da Cristoforo Colombo a Maria Montessori.

Il 2002. Cominciava un anno che di quelli.
La città di Livorno cominciò a darmi l'addio con uno strano episodio notturno mentre ero andato a comprare le sigarette a una macchinetta. Il 29 marzo alle ore 21 circa scrissi un post sulle lingue pregreche. Il giorno dopo, verso le 15, mi cambiò tutta la vita, con un tizio che i soldi ce li aveva anche nel cognome il quale mi prestò, appunto, cinquanta euro. Mi servivano per prendere un treno. Via da Livorno, via da un periodo. Cominciarono le peregrinazioni per mezza Europa. Anche di queste, dieci anni dopo, non è rimasto quasi nulla che non sia ricordo.

Si vede che doveva andare così. E non per fatalismo, perché sono assolutamente convinto che ogni cosa sia legata all'altra dalla relazione di causa e di effetto. Però, cascasse il mondo su un pero, venerdì 30 marzo verso le 15 sarò, da solo, a Livorno. In via de Larderel, dove c'era il pub "Nessie". Non so nemmeno più cosa ci sia al suo posto, ora. Però, nella confusione di quei momenti, giurai a me stesso che dieci anni dopo ci sarei tornato a chiudere un cerchio; e ho tutta l'intenzione di tener fede a quel giuramento.

Ci sarà un brindisi ideale alla salute di tutti. Di quelli il cui ricordo ancora mi suscita piacere, e anche di quelli il cui ricordo non me lo suscita più. Alla salute del tizio coi soldi nel cognome e dei suoi cinquanta euro, che gli restituii quasi due anni dopo. Alla salute di un treno e di un'alba. Alla salute di un'esplosione chiudente. Alla salute dell'amore e dell'odio. Alla salute dell'indifferenza e dell'oblio. Alla salute della vita e della morte.

E pensare che ieri sera, poco prima di recarmi a festeggiare assieme a persone che, dieci anni fa, neppure sapevo che esistessero, mi sono fermato a un bancomat. Bisognava che ritirassi cinquanta euro per fare uno strappo alla regola. Sí, perché certe cose non le potrei più mangiare o bere; ma, comunque, ci sono andato piano. Lo smodato per eccellenza è diventato, di colpo, parco. E ha dieci anni in più. Ci son dei fili che si chiamano vita, e tenerli assieme non è facile; però è probabile che la maggior parte delle persone non se ne curi neanche troppo. Io, invece, sono tra quelli che non potrebbe farne mai a meno; non so se sia una fortuna o una disgrazia.

Prendere un treno, pagandolo una ventina d'euro andata e ritorno, per andare mezz'ora davanti a un caseggiato di Livorno a camminare, brindando con l'aria. Rivedersi? Sarà difficile, non mi ricordo nemmeno che aspetto avevo, com'ero vestito. Intanto dormono, qui accanto a me; intanto dormono e sognano.