martedì 20 novembre 2007

Lingue morte



Per il suo argomento, questo post va in contemporanea sul newsgroup it.cultura.linguistica (dove è diviso in due parti); ma sono anche, e soprattutto, delle storie che mi andava un po' di raccontare. Quella sopra è un'immagine di Dolly Pentreath.

Tra l'essere umano e il linguaggio esiste un legame che non è possibile scindere. L'essere umano è tale perché parla, perché collega il suo pensiero all'espressione verbale; sotto questo aspetto, il linguaggio muore assieme ad ognuno di noi. Il linguaggio nelle sue infinite varietà che si sono succedute nella storia, sempre mutando, sempre mobile; quando si parla di "lingue morte", si parla in realtà della fine di tutto un insieme di usi propri di una comunità di esseri umani, i quali si sono espressi in modo reciprocamente riconoscibile, con o senza unitarietà o codificazione scritta, fino ad un dato periodo in cui il loro codice è stato soppiantato completamente da un altro. Il linguaggio non muore mai; muore un codice espressivo. Muore per mille e mille ragioni, spesso tragiche. Muore per un'oppressione, sociale, politica e culturale; muore per l'estinzione di una civiltà o di una popolazione che lo ha usato, oppure per la loro assimilazione ad un'altra; muore quando muore un modo di vivere. In questo preciso momento, centinaia di lingue stanno per morire; e non ci sarà niente da fare, nonostante gli sforzi che, per alcune, qualche volonteroso sta compiendo.

Di alcune lingue si conosce la data di morte. La si fissa generalmente a quella della morte dell'ultimo parlante nativo (che la aveva, cioè, appresa dai genitori nell'infanzia); in realtà, a quel momento, la lingua è già morta da un pezzo; vive la sua ultima agonia. Poi, un giorno, l'ultimo vecchietto che la parla passa a miglior vita e la lingua passa nelle mani degli studiosi, degli archivisti, degli appassionati che cercano in qualche modo di farla "rinascere"; e solo ad una di esse, l'ebraico, è toccato di rinascere davvero secoli dopo la sua estinzione come lingua parlata. Ma l'ebraico è una cosa del tutto a sé. Pur morta come lingua parlata, era sempre rimasta vivissima come lingua sacra; la sua rinascita poté contare su questo fatto, oltre che sulla follia utopistica di Eliezer Perlman, più noto come Ben Yehuda. L'ebraico è autenticamente un pezzo di storia dell'umanità, da qualsiasi parte lo si voglia considerare.

Per le piccole lingue senza nessun libro sacro, il discorso è molto diverso. Quando arriva l'ultima ora non c'è nessuna remissione, a parte i tentativi più o meno riusciti di farne una specie di melanconico oggetto di folklore o di "identità", reso poi, in genere, del tutto artificiale. Così, la campana per il cornico, l'antico idioma celtico della Cornovaglia Britannica, suonò il 19 dicembre 1777 con la morte di una centenaria, Dolly Pentreath, la quale era diventata famosa per il suo carattere terribile. Viveva in un villaggio il cui nome era tutto un programma, Mousehole ("buco del topo"), e, quando si arrabbiava con qualcuno, usava sparare all'indirizzo del malcapitato intere maledizioni in quella lingua che oramai soltanto lei conosceva. Alcuni anni prima della sua morte, un erudito inglese, Daines Barrington, l'aveva conosciuta e intervistata; si rifiutava di parlare l'inglese, pur conoscendolo abbastanza da farsi capire, e la sua maledizione preferita sembra essere stata kronnekyn hager du!, che significa "brutto rospo nero!"; da qui, naturalmente, il fatto che i paesani la considerassero una strega. Le sue ultime parole, secondo i testimoni che assistettero alla sua morte, furono davvero l'ultimo, fierissimo sussulto del cornico: me ne vidn cewsel Sawznek! "Non voglio parlare inglese!".

La fama di Dolly Pentreath è ancora viva in Cornovaglia, dove è considerata tuttora un personaggio leggendario. Il suo monumento funebre, a Mousehole, fu fatto erigere nel 1860 da Luigi Luciano Bonaparte, nipote di Napoleone e famoso appassionato e studioso di lingue strane. Ma, probabilmente, Dolly Pentreath non fu affatto l'ultima parlante nativa del cornico; con lei, forse, la lingua morì come linguaggio di una comunità, ma già cinque anni dopo la morte della vecchia lo stesso Barrington ricevette una lettera da un pescatore, chiamato William Bodinar, nella quale affermava di conoscere cinque persone che ancora parlavano e usavano il cornico. Particolare non trascurabile, la lettera era scritta in cornico, anche se accompagnata da una traduzione inglese. Nel 1790 morì tale John Nancarrow, del villaggio di Marazion, che pure conosceva bene il cornico; William Bodinar morì nel 1794. La lingua dovette andare probabilmente avanti allo stato di spettro, con qualcuno che ancora, non si sa come e non si sa perché, tentava di tenerla in vita. Probabilmente si trattava di persone che non la avevano appresa da bambini, ma che ancora se la ricordavano; si arriva così addirittura al 1890, quando morì John Davey, l'ultima persona che sicuramente ne avesse ancora qualche conoscenza. I racconti vogliono che, non avendo più nessuno a cui parlarla, si rivolgeva continuamente in cornico al suo gatto e vi faceva lunghi discorsi; con la morte del gatto, si spense l'ultimo essere vivente che aveva udito parlare in cornico.

Qualche parola di cornico sopravvisse nell'inglese vernacolare della zona; ancora nel 1940 dei pescatori furono uditi cantare una filastrocca, da loro considerata "nonsense", che ad un'analisi approfondita risultò essere in cornico. Sopravvivono naturalmente i toponimi; se qualcuno è stato da quelle parti, avrà ad esempio notato la frequenza dei nomi che cominciano con Pen- (Penzance, lo stesso Pentreath che è anche il nome di un promontorio); significa "testa, capo". Sempre attorno al 1940 iniziò il Cornish Revival, che sembra sia riuscito a far reimparare la lingua (scritta peraltro con diversi sistemi ortografici) a circa 3500 persone; suoi animatori furono Henry Jenner e il "Gran Bardo di Cornovaglia" Robert Morton Nance, che compilò anche un famoso dizionario cornico-inglese. Dizionario che, per curiosi accidenti del destino, riuscii a procurarmi moltissimi anni fa, e che una sera mi permise persino di scroccare una cena alla casa del popolo. Vi era ospite una delegazione del già allora sparuto Partito Comunista di Gran Bretagna, ed ero stato chiamato per fare –pensate un po'- da interprete sebbene non avessi nemmeno sedici anni. Per l'appunto uno dei membri veniva dalla Cornovaglia, e quando lo seppi corsi a casa (trenta metri di distanza) a prendergli il dizionario. Ne rimase talmente commosso, e sbalordito, da pagarmi la cena intera. Ci ho ancora la sua firma, su quel dizionario dalla copertina blu. La grammatica cornica scritta da Henry Jenner me la regalò invece il mio amico Pierfrancesco Poli. Me la sto traducendo da anni in italiano, così per fare.

Un'altra lingua europea è invece saltata su una mina.

Il dalmatico, l'idioma romanzo della Dalmazia costiera e insulare, attestato fin dal XIV secolo, che fu almeno una delle lingue d'uso dell'antica Repubblica Ragusea. Una lingua che in tutte le sue numerose frammentazioni dialettali si caratterizzava per la smodata frequenza dei dittonghi derivati dalle vocali lunghe latine, per cui a "capra" corrispondeva kuobra, a "veterana" vetruona (nel senso di "donna anziana, nonna", come il rumeno bătrână), a "album" jualb ("bianco"), a "arborem" juarbul ("albero") e così via. In realtà, il dalmatico morì a macchia di leopardo. A Zara già era estinto nel XIV secolo, mentre a Ragusa (Dubrovnik) sopravvisse fino alla fine del XV. Andò avanti in aree recondite, appartate, sulla bocca del popolo minuto; l'ultimo suo luogo fu l'isola di Veglia, Krk in croato.

Qui era nato attorno al 1820 Antonio Udina, nome che era l'italianizzazione di Tuone Udàina. Fin da ragazzo aveva lavorato come barbiere, e da questo suo mestiere gli era derivato il soprannome, in dalmatico vegliotto, di Burbur; e poiché Udina, o Udàina, doveva essere un cognome diffuso sull'isola, quel Burbur era usato come appellativo distintivo. Spesso, laddove se ne parla, è ricordato "tout court" come Tuone Udàina Burbur.

La fama di Tuone Udàina, almeno nel campo della linguistica, aveva preceduto la sua morte; causa ne fu il suo incontro con il grande glottologo Matteo Bartoli, che sul morente dalmatico aveva deciso di scrivere la sua tesi di laurea negli ultimi anni del XIX secolo. La redasse in tedesco, perché studente dell'Università di Vienna; relatore fu Wilhelm Meyer-Lübke e correlatore Adolfo Mussafia. La tesi fu poi ampliata e pubblicata in due volumi, nel 1906, con il titolo di Das Dalmatische; ma allora Tuone Udàina e il dalmatico erano già morti.

Ancora da studente, mentre preparava la sua tesi, il Bartoli era venuto a sapere che sull'isola di Veglia ancora esisteva un vecchio che conosceva il dalmatico; vi si era recato immediatamente, facendo la conoscenza di Tuone Udàina Burbur. Sull'isola esistevano altre persone che conoscevano ancora un po' il dalmatico vegliotto, e che risposero a precise domande del Bartoli, come scrive Aldo Duro, "molto spesso traducendo in un vegliotto che ricordavano solo approssimativamente e con più fedeltà quando si trattava di quei materiali che si trasmettono per tradizione familiare da padre o da madre ai figli, dai nonni ai nipoti e così via: ciò che avviene soprattutto per le preghiere tradizionali come il Padre nostro e l’Ave Maria, per parabole evangeliche, per fiabe e filastrocche infantili, che il Bartoli raccoglie da più fonti di informazione, e riferisce poi con molta ampiezza nel secondo volume della sua opera." Finché il Bartoli non conobbe l'Udàina.

Costui, oramai ultrasettantenne, aveva cessato da tempo di fare il barbiere. Si era messo, per vivere, a fare il sagrestano e il campanaro della cattedrale dell'isola, e per questa sua ultima attività era diventato quasi completamente sordo. Come se non bastasse, era quasi del tutto sdentato e la sua pronuncia, sia del dalmatico che delle altre lingue in cui sapeva esprimersi (il veneto giuliano e il croato) era forzatamente difettosa. Insomma, tutte caratteristiche non propriamente desiderabili in un "informatore linguistico", se così lo vogliamo chiamare; ma era l'unica persona che, seppure il dalmatico non fosse la sua prima lingua, ma un idioma che aveva appreso quasi in segreto ascoltando le conversazioni private dei suoi genitori (che si rifiutavano di parlargli se non in veneto). Quando il Bartoli cominciò a fargli domande, Tuone Udàina gli rispose che non parlava più la lingua da oltre vent'anni; ciononostante, dopo un po', quasi si "sciolse" e la lingua cominciò a rifluirgli nella mente. Il Bartoli riuscì, seppure con difficoltà, a raccogliere le ultime vestigia del dalmatico in modo preciso; si fece, ad esempio, ripetere la parabola del Figliuol Prodigo che così suonava:

E el daic: Jon ciairt jomno ci avaja doi feil, e el plé pedlo de lour daic a soa tuota: Tuota , duoteme la puarte de moi luc, che me toca, e jul spartait tra louro la sostuanza e dapù pauch dai, mais toich indajoi el feil ple pedlo andait a la luorga, e luoc el dissipuat toich el soo, viviand malamiant. Muà el ju venait in se stiass, daic: quinci jomni de journata cun cuassa da me tuota i ju bonduanza de puan e cua ju muor de fum.

«Ed egli disse; un certo uomo aveva due figli ed il più piccolo di essi disse a suo padre: Padre, datemi la parte dei beni che mi tocca, ed egli spartì tra loro la sostanza E dopo pochi giorni, messa insieme ogni cosa, il figlio più piccolo andò lontano, e ivi dissipò tutto il suo, vivendo malamente, ma quando venne, cioè tornò in sé stesso, disse: quanti mercenari in casa di mio padre hanno abbondanza di pane e qui io muoio di fame».

Il Bartoli discusse la sua tesi nel marzo del 1898. Nel 1906, alla pubblicazione dei due volumi di Das Dalmatische, al paragrafo 16 del I volume fu inserita questa breve notizia:

"La sera del 10 giugno 1898 gli abitanti di Veglia vennero profondamente sconvolti da una notizia dolorosa e tragica. Alle 6,30, sulla strada che conduce alla località campestre “Ai Campi” e che si sta riattando, mentre si caricava una mina questa improvvisamente scoppiò uccidendo quasi sul colpo certo Antonio Udina, buon vecchietto di 77 anni che stava sopra il sasso per tenere il ferro di carica. Era l’ultimo d’una generazione che se ne va ed era il solo che conosceva e parlava perfettamente l’antico dialetto romanico di Veglia.»

Così, in questo modo tragico e assurdo, si concluse una vita umana e la vita di una lingua intera. Saltata in aria mentre il suo ultimo parlante teneva il ferro di carica, in una località chiamata "Ai Campi".


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