venerdì 14 dicembre 2007

I castelli e la gente perbene



Oggi voglio raccontare una favola. Ma non finisce bene. Forse non finisce nemmeno.

C'era una volta, tanto tempo fa, un essere umano, una donna. Anni addietro, in gioventù, aveva combattuto. Aveva fatto la lotta armata, come si diceva a quei tempi, in una qualche cosa che ci aveva del rosso nel nome; null'altro posso dire, perché altro non so. Nulla dei suoi ideali, delle sue motivazioni, della sua storia. So a malapena come si chiamava. E' inutile dire le solite cose, la giustizia, un mondo migliore, la fine della disuguaglianza, tutto quanto. Magari si può anche soltanto voler distruggere prima di essere distrutti. Mi sembrerebbe, tutto sommato, una motivazione plausibile.

Un giorno, durante la lotta armata, viene rapito un importantissimo dignitario del Regno. Una mattina di marzo, in una strada qualsiasi della capitale. I suoi armigeri sono abbattuti senza pietà, e il dignitario viene prelevato e portato in un luogo sconosciuto.

Non fu mai liberato. Il suo cadavere venne ritrovato quasi due mesi dopo nel baule di una carrozza abbandonata entro le mura della città, a mezza strada tra i palazzi delle due principali fazioni del Regno; di una delle due costui era il comandante.

Seguirono delle indagini da parte dei giudici, degli scabini, degli scherani, dei servizi di guardia e di balìa del Regno. Si disse che alcuni, specialmente nell'Arengo, non fossero poi così scontenti che quel dignitario fosse stato ammazzato. Furono catturate molte persone. Vi furono dei processi scanditi da strane parole, bis, ter. Questa donna vi era, dicono, coinvolta. Riuscì a scappare, però, in un altro paese.

In quest'altro paese, a quell'epoca, c'era un re un po' strano. Non che fosse diverso da tutti gli altri pezzi di merda di re che esistevano ed esistono in questa terra, cosè come non erano e non sono diversi i regni; ma siccome era un re che si voleva "progressista" e legato a certe tradizioni di quel paese, aveva deciso che i rifugiati per cause politiche fossero protetti e che si permettesse loro di vivere alla luce del sole, di avere un lavoro, di fare dei figli. Così accadde a questa donna, e ad altri provenienti dal suo stesso paese. Ci fu chi addirittura parlò di dottrina per la decisione di quel re.

Così andò per un po' di tempo. Vivevano, lavoravano, scrivevano, amavano. Se la vedevano, poi, con le loro coscienze. Alcuni dicevano di non aver fatto ciò di cui li si imputava nel loro paese di origine. Altri erano vittime di curiosi "teoremi" messi in atto da magistrati al servizio del Regno. Altri ancora avevano magari anche sparato e ucciso, e si sa che non si può sparare e uccidere. Lo si può fare solo con una divisa addosso, e con armamenti pagati dalla collettività che poi viene –in certi casi- sparata, uccisa, schiacciata dai carri blindati, manganellata a morte.

Ma un giorno, quel re morì quasi in odore di santità. Gravemente ammalato, negli ultimi tempi s'era messo a ragionare di morte. Quando sono i re a farlo, è alto magistero. Quando ne ragioniamo io e te, siamo dei coglioni. Fu fatto un altro re, e costui nominò dei governi e dei ministri. Pur appartenendo a una fazione avversa a quella del defunto suo predecessore, sembrò rispettare la sua "dottrina".

Un giorno, però, arrivò in visita un altro ministro. Veniva dal paese confinante, che poi era lo stesso da cui proveniva quella donna ed altri suoi compagni. Arrivò con la cravatta e un buffo fazzoletto verde che gli spuntava dal taschino della veste. Aveva una faccia comune, di quelle che si sarebbero potute vedere al mercato in piazza o a fabbricare pannolani. Aveva un cognome che col Regno sonava decisamente bene. Portava con sé, dicono, una lista. Con dei nomi. Quelli di alcuni rifugiati in quel paese. "Tutti assassini", diceva. Tutti condannati a vita. I gazzettini e le lanterne magiche del suo paese avevano preparato il terreno. Si facevano parlare i parenti delle vittime che chiedevano sempre giustizia; una giustizia senza fine, senza età, senza remissione.

L'omologo ministro dell'altro paese, che aveva un curioso nome che nella lingua del suo collega ricordava l'essere perbene –perché qui di gente perbene si parla-, gli disse di sì. Al diavolo la dottrina del vecchio re. Si vociferò che a quel suo assenso soggiacessero delle cose che, grattando la patina superficiale, c'entravano ben poco sia con la giustizia (e i due, tra le altre cose, erano proprio ministri di quella cosa lì), sia con tutto il resto che fu poi dato in pasto alle ciance d'ordinanza. I pericolosi assassini di cui si chiedeva la consegna erano ormai persone di mezza età, tranquillissime. Chi faceva il guardiano tuttofare di un palazzo, scrivendo libri per passatempo; chi faceva altri mestieri; chi faceva la mamma di una figlia di pochi anni. Qualcuno continuava a ragionare, a analizzare, a pensare; qualcun altro non se ne curava nemmeno più.

Cominciarono ad arrestarne uno, un giorno qualsiasi, all'improvviso. Dopo un po' lo riportarono nel suo vecchio paese e lo misero in galera per sempre. Proprio in quel paese dove, spesso e volentieri, i peggiori assassini girano liberi e senza problemi; ma lui era uno che aveva combattuto contro il Regno. Poi toccò a un altro, quello che faceva il guardiano tuttofare e scriveva libri. Nel suo paese di origine si esultava, specialmente da parte di coloro che non lo avevano mai sentito nominare. I fedeli gazzettisti si lanciarono in sistematiche distruzioni di tutta la sua figura. Persino da parte di un famoso gazzettista & lanternista magico che pure passava per illuminato e progressista si lesse la distruzione dei suoi libri, delle sue storie. Vietato persino riconoscergli la dignità della scrittura, ma che dico della scrittura: del raccontare una storia.

Fu preso anche lui una mattina qualsiasi. Fu portato in carcere. Però sorsero delle difficoltà. In quel paese, c'era gente che non intendeva far passare la cosa sotto silenzio, nel nome delle motivazioni più svariate. Anche persone che, idealmente, sarebbero dovute essergli nemiche. Riuscirono a farlo uscire in attesa della decisione sulla sua consegna. Ci furono udienze e controudienze nelle vari corti del Regno. Andarono male. Doveva essere riconsegnato alle autorità del suo vecchio paese. Scappò. Lasciando tutta la sua vita. I suoi figli. I suoi libri e i suoi prodotti per la pulizia. Raccontò la sua latitanza in un altro libro, il suo ultimo. Infine lo ripresero in un altro Regno, stavolta lontanissimo, stavolta al di là dall'oceano. In una galera di laggiù stette ad aspettare. Aspettare, aspettare, aspettare.

Poi toccò a quella donna. E' stata presa un altro giorno qualunque, un altro ancora. Con il pretesto di un controllo viario. Ancora una volta, sui gazzettini del suo vecchio paese, si lessero cose strabilianti; tipo quella che fosse latitante e che fosse stata tradita. Il suo nome, come quello degli altri, era sull'elenco del corno parlalontano. Pagava le imposte e i balzelli di quel paese. Aveva la pergamena della sicurezza sociale del Regno. Ripetizione delle solite cose. La novità è che c'era un nuovo re, un altro ancora; e questo era un re senza dottrine. Uno che voleva fare. Uno giovane e con tante donne. Uno che voleva liberare il suo paese dagli straccioni. Uno che.

Un giorno, magari proprio oggi, dissero che anche quella donna poteva essere riconsegnata al suo vecchio paese. Per andare in galera per sempre. Marchiata per sempre come assassina. Finito. Stop. Vita cancellata dopo averle dato l'illusione di un futuro. Dicevano che le sue vittime un futuro non ce lo avevano più avuto, ma nel Regno c'erano vittime e vittime. C'erano le vittime giuste e quelle sbagliate. Di quelle sbagliate è vietato parlare. Quando se ne parla si diventa complici.

Nel frattempo, entrambi i paesi si prepararono all'annuale appuntamento della Grande Festa. Si festeggiava, come ogni anno, la nascita di un tizio che poi la giustizia –così dicono loro- si procurò di far morire su una croce. E c'erano i veri problemi. Carrettieri in sciopero, buffoni di corte che si facevano paladini –sempre della giustizia, ovvio-, leggi, banditi e tutta quell'orda di barbari invasori. Brutti. Sporchi. Cattivi. Criminali. Che brutta Festa.

Così andava in quel paese, in quel Regno così pieno di castelli e di gente perbene. La gente perbene amava il Regno. Ne aveva bisogno. Ne voleva sempre di più, e il Regno glielo elargiva, benevolo, rassicurante, sorridente. Ma dietro il sorriso c'era, come sempre, la maschera della morte.

3 commenti:

Enrica Iaffei ha detto...

volevo aggiungere solo una notazione alla tua storiella, sicuramente di fantasia :-)

Il re "illuminato", in realta', non scrisse una dottrina perche' era progressista, ma con l'esplicita, terribile motivazione di avere la sensazione che l'Italia non fosse in grado di ragionare serenamente su quanto accadeva al suo interno e che le leggi vigenti fossero non degne di un paese civile. Era convinto, quel re, che le persone approdate in francia fossero ormai fuori dai giochi e gli diede la possibilita' della liberta', a patto di non essere piu' coinvolti in qualunque reato violento.

Purtroppo questa motivazione in italia non e' molto nota, perche' non fa comodo a nessuno ricordare che politici "illuminati" avessero quell'opinione di leggi che, in gran parte, sono ancora vigenti!

Pasquale Paoli ha detto...

"che le leggi vigenti fossero non degne di un paese civile."

"italia"(*) e "civiltà" sono un ossimoro in via di piena realizzazione.


(*) Si noti la minuscola.

Venturik ha detto...

Notazione quanto mai opportuna la tua, cara Enrica. Vedi quanto sia difficile, per chi prova a raccontare storie o storielle di tempi così remoti, enunciare dei fatti che si perdono nelle nebbie dei secoli. Del resto, di tutti i protagonisti di questa storia non sono stati tramandati neppure i nomi, e ho dovuto lavorare davvero molto di fantasia.

Fortunatamente, i nostri sono tempi assai migliori. Nulla del genere potrebbe mai accadere al giorno d'oggi. Assolutamente impensabile! Ma è pur sempre bene, per noi che abbiamo la fortuna di vivere in quest'epoca così felice, sana, intelligente e improntata ai VALORI, conoscere queste antiche leggende di quei disgraziati tempi e remoti. Un ammonimento di cui dobbiamo, pur nella grande scarsezza di fonti documentali, pur nell'indulgere alla leggenda e alla favola, tenere conto.

Ti auguro un buon Natale e un felice 4008. Il tuo amico Riccardo