venerdì 4 gennaio 2008

Nelle fogne


Come si scende alle fogne?

Ci sono vari modi. A Firenze lo si può fare, pochi lo sanno, anche da una porta. Dentro la Porta a Prato, sul suo lato sinistro interno, c'è un uscio di legno sempre chiuso, con una placca di metallo arrugginito; c'è scritto semplicemente: "Al collettore principale". E' sempre stata una delle mie curiosità inappagate: possedere la chiave di quella porta. Ci saranno, probabilmente, delle scale; l'ho vista sempre chiusa, ma qualcuno deve pur averci accesso. Chissà chi. Chissà cosa c'è là sotto.

Dicono che sia una città sotterranea che riproduce quella "sopra", addirittura seguendone i percorsi e la toponomastica, con tanto di cartelli. Ci sarà via Calzaioli "sopra" e via Calzaioli "sotto"; magari, chissà, ci sarà anche la mia strada. Qui sotto di me. Una via Tozzi sotto terra, che non ho mai visto, che non vedrò mai.

Ci si può scendere, alle fogne, da qualsiasi tombino nel mezzo della strada; ma per sollevare un tombino ci vogliono altre chiavi. I tombini, poi, sono pesantissimi; in più hanno quel nome che deriva direttamente dalla tomba. Un diminutivo. I tombini, in origine, erano botole che davano accesso ai loculi di un cimitero; poi, per traslato, sono diventate quelle delle fognature.

Per scendere alle fogne vere bisogna averci le chiavi. Essere degli operai del comune, degli addetti, delle persone comunque munite di un'autorizzazione. Ma esistono altre fogne, che non hanno bisogno di nessuna chiave e di nessun permesso.

Sono le fogne che abbiamo dentro, tutti noi, senza nessuna eccezione. Sono i recessi più maleodoranti, scuri e cattivi del nostro essere. Sono la rabbia ingiusta, la parola che non si trattiene, il desiderio di rispondere col male al male ricevuto, o che si crede di aver ricevuto. Ma nelle fogne avvengono mille e mille storie.

Possono essere storie di oggetti cari che vi sono caduti dentro, e che non saranno mai più rivisti. Quella foto, quel ciondolo, quel fiore secco, quel foglietto con la prima parola d'amore che ti è scivolato dal portafoglio infilandosi, beffardamente, nella grata dello scolo. Le fogne lo macineranno già prima che vada al fiume, e poi al mare. Le sue molecole si mescoleranno a quelle dell'acqua lurida, e qualcuna sarà inghiottita da un ratto.

O storie di esseri ciechi, ciechi come la tua mente che non ha capito che cosa ti stessero dicendo, che le avversioni che credevi di scorgere in tutto ciò che ti circondava non erano che un parto della tua orrenda infelicità. Quell'infelicità che, a un dato momento, non si controlla più. Che si impadronisce di te e ti stravolge, ti fa diventare un altro, ti scortica, ti getta nelle fogne.

O storie di bellezza, di sguardi che si trovano, chissà come, nelle tenebre più fitte. Di mani o di zampe che si sfiorano dando per un istante un senso ad una vita intera. Poi, magari, ti riacchiappa il putridume, e mentre sei trascinato via aggrappato a una punta di sterco, l'unica cosa che fai è ricordarti fino alla fine di quelle zampe che ti hanno toccato e che, anch'esse, in quel preciso momento, sono portate via da una spaventosa corrente d'asfissia.

Mi sarebbe piaciuto, sì, poter avere la chiave di quell'uscio sotto la Porta al Prato. Scendere quelle scale e inoltrarmi nelle fogne della mia città. Ne avrei raccontato le storie, e forse avrei anche raccattato qualche oggetto. Quel biglietto, prima che il viscidume se lo portasse via. Lo avrei tenuto, e magari avrei cercato chi lo aveva perso: Ehi! Sei tu Napoleone ti amo? Guarda…credo che questo sia tuo, Napoleone ti amo, tua Giuseppina. E magari avrei visto un lampo in quegli occhi, e magari saremmo anche diventati amici, oppure nemici perché a un certo punto Giuseppina si sarebbe innamorata di me. Quante storie si fabbricano. Ci son più storie in una testa che stelle in cielo.

Ma delle mie, di fogne, di quelle ne ho la chiave. In ogni momento. E ci scendo sempre. Ed è bene farlo, senza averne paura, senza temere di essere risucchiato dal proprio schifo. Esplorarle fino negli angoli più reconditi. Sentire la puzza insopportabile che emanano. Guardare in faccia gli esseri abominevoli che vi abitano; esseri abominevoli che possono essere gli stessi che si sono sfiorati per un istante, per un istante di calore e di bellezza, prima di essere trascinati via negli abissi.

1 commento:

Arfio ha detto...

Io ci sono sceso da quella porticina...