giovedì 3 gennaio 2008

Við erum eyjar


Surtsey, al largo dell'Islanda, è nata nel 1963.

Spiace sicuramente dirlo di uno dei più grandi poeti dell'umanità, ma in una cosa John Donne non ci aveva capito assolutamente una sega. Quando dice che "Nessun uomo è un'isola" eccetera, eccetera; poi arriva la celeberrima campana della quale non ci si dovrebbe chiedere per chi suoni; suonerebbe anche per te. For whom the bell tolls.

Cazzate da grande poeta. Oh che bello il senso dell'umanità intera! Qualsiasi morte dovrebbe "diminuirci"; ma un accidente. A me, ad esempio, qualche morte riesce persino ad aumentarmi. Sapessi, ad esempio, che il dottor Giuseppe A. è schiattato nel peggiore dei modi possibili riuscirebbe a farmi assumere le dimensioni della Forrestal. Ma non è questo il punto. C'è la questione dell'isola. Forse John Donne veniva da un'isola troppo grande, e le isole troppo grandi non danno nessun senso di insularità.

Io, invece, vengo da un'isola piccola; e anche se non ci sono nato, ci vengo lo stesso. Cazzi miei da dove io ritenga di venire, e da dove lo dica, e da dove me lo senta dentro e addosso. Potessi, darei fuoco a tutte le anagrafi; se uno ce ne ha voglia, dovrebbe poter venire da dove decide, anche più volte al giorno. La mattina sono nato a Samarcanda. Il pomeriggio da Gallarate. La sera dal paese di Erewhon. Ma sinceramente, mattina pomeriggio e sera io vengo sempre da quella piccola isola che mi ha reso un'isola. E ogni uomo è un'isola. La sua isola. Non è collegato con nessuno e con niente. Tra lui e gli altri, tra lui e il mondo, c'è di mezzo il mare. Un mare che si vede da ogni lato. Magari, da lontano, si vedono altre terre; in delle giornate particolarmente limpide le si tocca quasi con mano; ma sono altrove. Oltre il mare. E spesso e volentieri le ricopre la nebbia, e non si vede nulla.

Poi hanno inventato i collegamenti. Le navi, gli aerei, gli amicizie e gli amori. Hanno inventato la collettività, la solidarietà, l'appartenenza e tutta un'altra buffa serie di cose. Le isole e gli uomini ci hanno sempre queste fregole di "stare assieme", e non ne voglio mettere in dubbio l'utilità. Anche la bellezza, a volte. E addirittura la necessità, anche se a volte dà luogo a trasformazioni decisamente curiose, come quella in generazioni. Poi, però, arriva un giorno in cui cala una nebbia fitta. L'isola che sei si manifesta in tutta la sua vera essenza. Non c'è più niente, ci sei solo tu; intorno, il mare.

Lo capisci, allora, cosa vuol dire mettere un passo dopo l'altro. Fare i gesti di tutti i giorni, e attorno non c'è nessuno. E non importa ritirarsi in un eremo, in una grotta, in una capanna nella foresta. Basta vivere normalmente, nel posto in cui la vita ti ha più o meno fatto cadere. Un'isola e un isolato. Saltati tutti i collegamenti perché il mare è sovente in burrasca. Le burrasche cominciano quasi sempre con una brezzolina, anche se a volte arrivano all'improvviso, senza nessuna avvisaglia; e allora niente più navi, niente più aerei. Crollano i ponti. Crollano i gesti e gli sguardi. Scompare ogni cosa. Rimangono, a volte, dei simulacri; perché attorno non ci sono che altre isole.

Ma certo che tornerà il sereno, e il caldo, e la bonaccia. Ricominceranno a passare le navi. Alcune già conosciute, altre mai viste. Rifaranno i ponti. Si rivedranno le terre lontane. Ripasseranno persino i poeti, quelle strane creature, a dire che nessuno è un'isola, a far suonare le campane e a diminuire con la morte della prima testa di cazzo che capita. Sbarcheranno gruppi festanti agitando le braccia, impugnando bottiglie di vino e chitarre, e magari in mezzo a loro ci sarà anche qualcuno con cui t'andrà di passare una quarantina di minuti, o una quarantina d'anni. Restando un'isola. Estranei che si sorridono e si toccano. Isole che dicono di unirsi; ma non è nella loro natura. Le isole sono separazione. Appaiono e scompaiono. Qualcuno dice persino che non esistono. Qualcuno dice persino che non esistiamo.

Við erum eyjar
og okkur er eyja til í augum.
Til eyjunnar, við erum,
hefur enginn tilgang
og blóðið inn í okkur
er endlaust haf.



22 commenti:

Anonimo ha detto...

In punta di piedi e con un po' di fifa, mi permetto di scrivere sul tuo blog (che ritengo un Bignami dell'anima!) solo per dirti che questo tuo ultimo post è qualcosa di eccezionale...soprattutto per chi sente il peso (e la meraviglia) di essere un'isola, non come luogo fisico, ma come vera essenza ontologica...
Grazie
Scarlatta
(dal Forum di Vecchioni)

Venturik ha detto...

Scarlatta, beata te che ti puoi permettere di entrare in punta di piedi...sai, è una di quelle cose che io, per questioni fisiche, non potrei mai fare. Porto il 48 di piede, e sono un concentrato di sgraziatezza. Però, te lo dico, non devi avere nessuna fifa. Questa è una specie di bettola di mare, anche se non di quelle della Tortuga, con la confusione, la musica e le risse. Esistono bettole di mare del tutto diverse, più lontane dall'iconografia. Stanzette con due o tre tavoli, silenziose, a mezza luce, con una finestra e magari un terrazzino dove si possa mettersi a guardare chissà dove, perché il mare è il chissà dove d'ogni cosa. Ti metti a sedere e non importa nemmeno che tu ordini qualcosa; se ti va te lo puoi anche portare da casa. All'altro tavolo c'è un tizio. Prima o poi si comincerà a parlare, con calma, senza nessuna fretta. Ci vuole, sì, anche un gatto rosso che sonnecchia. E' questo, credo, il modo in cui le isole comunicano veramente; e sei la benvenuta, nella maniera più semplice. Guardati attorno: non c'è niente, eppure c'è tutto. Grazie per avere scritto, þökk fyrir augnaeyjuna, sem þú oppnaðir mér.

Venturik ha detto...

Le coincidenze sono davvero infinite. Proprio oggi, anzi pochi minuti fa, mi è capitato di veder ribadito nella vasta rete non soltanto che nessun uomo è un'isola (oddio, per questo basta andare su Google: soltanto in italiano si hanno circa 24.000 risultati per questa frase; ma per l'originale inglese, No man is an island, se ne hanno addirittura circa 348.000!), ma anche una cosa più carina e curiosa. "Le isole non esistono", dice; e su questo, pur non essendo d'accordo, sarei senza dubbio disposto a ragionare; del resto, alla fine del mio post l'ho pure scritto che "qualcuno dice persino che non esistono" (ed eccolo, infatti, puntuale come un orologio tibetano). Poi, però, viene il bello. Dice ancora: "Basta togliere l'acqua per accorgersene!"

Ora, nonostante le mie scarsissime conoscenze scientifiche, so bene che le isole sono tutte quanti, grandi e minuscole, pezzi della crosta terrestre attaccate al resto della massa; il mare, a un certo punto, le ha circondate, e lo stesso mare potrebbe un giorno ritirarsi e risaldarle al continente (oppure invadere il continente e creare altre isole, oppure ancora tutte e due le cose assieme). Però qui si parla addirittura di "togliere l'acqua"!

Mi vedo a questo punto qualcuno manovrare un'immensa pompa, un'idrovora in confronto alla quale quelle olandesi, quelle dei polders, farebbero la figura di una formicuzza. Disposto a pompare via tutto il mare (ma dove la mette, poi, tutta quell'acqua...?) per dimostrare che le isole non esistono. E magari, pompa che ti pompa...alla fine si ritroverebbe a sua volta a sedere su un'isola formata dall'acqua tolta; mentre, da lontano, le isole che non esistono, messe a secco, gli griderebbero: O bischeroooooooooooo!........

Perché l'uomo-isola è fatto così. C'è quello che, una volta a Napoli, durante l'epidemia di colera del '73, per dimostrare che le cozze non erano infette dal vibrione, si mise a mangiarne di crude davanti a un'operatore televisivo; tre giorni dopo era in ospedale col colera. Perché anche il colera, e le cozze, sono categorie: non esistono. Però poi, magari, si caca a morte.

franco senia ha detto...

Ci sono tanti modi, di togliere l'acqua. Credo che il più efficace l'abbia descritto John Christopher (un esperto inglese nel costruire catastrofi: ti consiglio il libro e il film "la morte dell'erba", ma anche tutto il resto!). Un gigantesco terremoto provoca una crepa sul fondo dell'oceano, attraverso cui tutta l'acqua scorre via, come da un lavandino cui si è tolto il tappo. A quel punto, ahimé, niente più isole!!! Nemmeno per gridarmi di bischero. E un po' mi dispiacerebbe. Comunque il libro mi pare si chiamasse "una ruga sulla terra".

salud

franco senia ha detto...

per pari opportunità :-) c'è da dire che esiste un altro romanzo di J.T.McIntosh, sembre di scuola inglese, intitolato "l'orlo della voragine", che invece mette in scena un mondo che, dopo un terremoto, si è trasformnato in una miriade di piccole isolette. Ovviamente, anche questo testimonia che ... le isole non esistono!

salud

Venturik ha detto...

I consigli di lettura li seguo sempre con piacere; devo dire che il metodo del sig. Christopher, però, più che per togliere di mezzo le isole sarebbe ottimo...per la fine del mondo. Insomma, non credo che eliminerebbe soltanto le isole, eliminerebbe anche tutto il resto, uomini (isole o non-isole) compresi.

Oh, certo, tutto è possibile; credo che sul pianeta, ai suoi inizi, siano avvenute sul serio cose del genere e magari torneranno ad avvenire; ad un certo punto, comunque, ci penserà il sole con le sue reazioni termonucleari a risolvere la questione (ma noi noi ci saremo, no, noi non ci saremo). Nel frattempo, le isole ci sono. E nessuno lo toglie, il mare. Al massimo, seccano dei laghi più o meno vasti (con le relative isole, certo, va detto!).

O sarà mica questione di come uno si sente, o si vuole sentire? E come si fa, a noialtri-isole, a toglierci il mare attorno? Terremoti che inghiottono cosa? La solitudine? Che ti devo dire. Speriamo. Spero. Che faccia pure saltare il sismografo.

Venturik ha detto...

E bravi st'inglesi, che vivendo in un paese notoriamente non sismico, si divertono a terremotare tutto il mondo...sarà mica perché vengono da un'isola, con tutto quel che ne consegue? E a pensarci bene pure John Donne era inglese. Certo, chiaro, in un mondo...tutto isole non esisterebbe il "non-isola" e quindi tutto si annullerebbe. Mi viene poi da pensare al casino che fecero proprio gli inglesi quando si cominciò a paventare la costruzione del "tunnel sotto la Manica", dato che avrebbe tolto alla Gran Bretagna la propria "insularità"...ma non sarà mica che vogliano restare isola soltanto loro? Almeno il sospetto viene...

Enrica ha detto...

chiedi come possono fare gli uomini-isola a non essere piu' tali.
Parafrasando quanto avete detto, un metodo definitivo sembra essere quello di mandar via, in un'enorme crepa, tutto il mare di solitudine intorno, altrimenti resta sempre il facile metodo di costruire un bel ponte robusto.
Il ponte non evita certo all'isola di essere tale, in compenso la rende non isolata :-) e questo credo risolva comunque il problema in modo soddisfacente

franco senia ha detto...

altrimenti, rimangono due soluzioni altre. Una è quella di aspettare che l'effetto serra porti a termine il suo compito di far alzare tutti i mari, a sommergere tutte le isole.
L'altro è quello di vonnegut. Ghiaccio Nove!

salud

Venturik ha detto...

Direi che coi terremoti rovinosi prospettati da Christopher e McIntosh, hai voglia a costruire il "ponte robusto"; se un terremoto riesce a inghiottire tutto il mare, oppure a lasciare solo isole, sai che fine farebbero anche i ponti più robusti...
Da tutta questa discussione mi sembra che l'unico "punto fermo" sia...l'esistenza dei terremoti. Ecco, forse la soluzione sarebbe non tanto eliminare le isole, o voler dimostrare in un modo o nell'altro che esistono o non esistono, ma eliminare i terremoti. Fare in modo che non esistessero. La solitudine, a modo suo, è un terremoto, è qualcosa che sconvolge l'esistenza.

franco senia ha detto...

Mmmmmmh...
Per parte mia, sono un fautore di terremoti, e catastrofi affini. Mi torna sempre in mente il laboratorio di Pavlov, e tutti i suoi campanellini e animali condizionati a salivare e a sbavare ad ogni segnale del ... "demiurgo".
Ci volle molto poco, un alluvione, e l'acqua che invase il laboratorio, aprendo le gabbie e creando il panico.
Zzzapp e i un attimo tutti gli animali avevano perso il loro condizionamento. Forse, potrebbe bastare la stessa cosa per l'animale uomo. Una bella catastrofe!

salud

Venturik ha detto...

Anche se l'effetto serra facesse innalzare tutti i mari, creerebbe altre isole! Ci sarebbe, che so io, l'isola Everest, o l'isola Monte Bianco...stavo quasi ridendo pensando all'arcipelago svizzero, tu pensa! E di nuovo isole, comunque. Esistono le isole! E esisteranno sempre.

franco senia ha detto...

si vede che non hai visto waterworld!
solo un'isola. In culo la svizzera e anche l'everest!

salud

Venturik ha detto...

No, effettivamente Waterworld non l'ho visto, anche se il water (visto quanto ci sto sopra) è il mio mondo :-P Ma praticamente, in Waterworld cosa succede?... (domanda)

franco senia ha detto...

tutto sottacqua. Praticamente. Forse solo la cima dell'everest all'asciutto. Chissà.

salud

Venturik ha detto...

Uhm, ma così come non esisterebbero le isole se il mare fosse prosciugato, oppure se tutto il mondo fossero isole, allora in un modo esclusivamente sott'acqua non esisterebbe né il "bagnato" né l' "asciutto"...insomma, perdonami questo mio palese relativismo (casomai ci penserà razzingher a scomunicarmi), ma di questo passo si va diritti a dire che non esiste nulla. Il che potrebbe anche essere! Allora quel che vediamo cos'è? Immagini? Costruzioni mentali? O cosa?

Mi sono messo a parlare di isole non perché l'isolamento sia la cosa cui aspiro; tutt'altro. E' semplicemente una...registrazione (di uno stato d'animo, di un periodo -ricorrente- eccetera); peraltro riconoscendo sin dall'inizio che i collegamenti, comunque siano effettuati e senza nessun bisogno di terremoti o di altre catastrofi, sono utili, belli, necessari.

Non credere, e non creda nessuno, che io mi senta "isola" in quanto buffo "genio romantico" o cavolate del genere. Non ho partecipato alla discussione con il Talanca su "Brigata Lolli" perché, sinceramente, non ce ne avevo eccessivamente la testa; recuperato un barlume di lucidità, devo dire che la mia posizione sarebbe stata quella di sempre. Non credo al "genio solitario", all'"artista" individuale, al personaggio che crea e a cui tutto è consentito proprio perché il suo ruolo lo porrebbe su un piedistallo, al di sopra degli altri mortali.

Qualsiasi persona che "crea", anche sentendosi isola con una sua personalità e una sua individualità ben definite, non esportabili e spesso non penetrabili, è comunque un punto di incontro di spinte collettive, di esperienze che si incrociano, di stimoli diversi; sempre che siano, almeno a mio parere, filtrati da una grande carica affettiva, dal cuore.

Credo tra l'altro che sia esattamente per questo che apprezzi, e che apprezziamo tanto i Delsangre. Oppure, almeno per quel che mi riguarda, Ivan Della Mea.

Sicuramente sto divagando, ma volevo cercare di chiarire meglio che cosa significhi per me l' "isola", l'isolamento che non ritengo comunque affatto diverso o "speciale" rispetto a quello di chiunque di noi. Tutti siamo punti che formano un insieme; casomai si può parlare su cosa faccia, o possa, o debba far aggregare questi punti.

L'esistenza di qualsiasi cosa, non solo delle "isole", può essere negata in mille modi, e si ha persino gioco facile! Si potrebbe negare, credo altrettanto facilmente, persino che siamo vivi. Persino che esista la vita. Tutto è possibile per i vivi.

franco senia ha detto...

Certo, l'esistenza (o l'importanza) di una "categoria" può sempre essere negata, a partire dal fatto che la categoria ha valore solo in contrapposizione. L'isolano e il continentale, il montanaro e il "marino". Oppure, pensa al silenzio e a come non avrebbe alcun valore, come categoria, se vivessimo, chessoio, sulla luna! E lassù perderebbe di valore e significato anche il colore, contrapposto al bianco e nero. E così via.
Allo stesso modo, anche la vita, e l'essere vivi, se non ci fosse la morte.
E questa è disposizione diversa a quella di un don ferrante e del suo modo di porsi rispetto alla peste de i promessi sposi, tanto per ribattere alle cozze e al vibrione napoletano!
Poi, ovviamente, potrebbe anch'essere che tutto quanto è solo un parto della mia mente. Io sono vivo e voi siete morti (cit.) :-)

salud

Venturik ha detto...

Forse le tue ultime due righe sono le più importanti, perché tutto, e ripeto tutto, è un parto della propria mente. Ne so qualcosa! Però, ti dirò: almeno per oggi mi va di pensare di essere vivo e di stare in mezzo a dei vivi, e a delle esistenze. Isole, non isole, esistenze e inesistenze, categorie e [esiste il contrario di "categoria"...?]. Tu guarda: dalla sua categoria di inesistente si fa di nuovo viva persino l'Anna Ringa! E se la ringhezza poteva a ragione essere, fino ad oggi, essere considerata un'inesistenza (almeno limitatamente a quest'isola-blog, certo), all'improvviso dà prova di sé. Insomma, sì, parti della mente; e vorrei anche vedere che ce la facessero abortire!

Venturik ha detto...

Mah! Che dirti, Franco. Il pensiero della "catastrofe salvifica" credo sia venuto più o meno a tutti quanti; poi penso anche che non è bastata nemmeno una guerra mondiale, e mondiale sul serio, a far perdere il proprio condizionamento all'animale-uomo. Certo, non si tratta di una catastrofe "naturale", non è il "big one", non è il diluvio universale; ma anche quest'ultimo mi sembra sia servito abbastanza a poco. Però ti vorrei dedicare questa poesia di Iacopo (o Giacomo) Lubrano, un barocco napoletano seicentesco:

Terremoto orribile accaduto in Napoli l'anno 1688
scritta da Iacopo Lubrano nel 1689

Mortalità, che sogni? ove ti ascondi
se puoi perire a un alito di fato?
Dei miracoli tuoi il fasto andato
or né men scopre inceneriti i fondi.

Sozzo vapor da baratri profondi
basta ad urtar con precipizio alato
alpi di bronzo; e in polveroso fiato
distrugge tutto il Tutto a regni, a mondi.

Di ciechi spirti un’invisibil guerra
ne assedia sempre, e cova un vacuo ignoto
a subitanee mine in ogni terra.

A’ troni ancora, a’ templi è base il loto:
su le tombe si vive; e spesso atterra
le nostre eternità breve tremoto.

franco senia ha detto...

No davvero, credo tu non abbia capito (e stavolta non dico che non mi sono spiegato, dico proprio che non hai capito!). Il richiamo ai cani di pavlov, lo puoi riportare anche alle guerre, mondiali e non. E, credimi (anche se lo dico per "sentito dire") si perdono i condizionamenti durante (e sottolineo "durante") le guerre. Durante una guerra cambia tutto, v alori, riferimenti. E se non vuo stare a sentire le chiacchiere dei poveri vecchi che le hanno fatte (e ne rimangono sempre meno, in vita) basta davvero vedere un film come "apocalypse now" per rendersene conto. Dammi retta, durante le guerre saltano i condizionamenti!
Cazzo, se saltano!

salud

Venturik ha detto...

Breve "nota di servizio" per dirti che ho letto...ma che mi ci vuole stavolta un attimo in più per una risposta, perché si tratta di una questione che mi sta a cuore e non la voglio improvvisare (tutto qui) :-D

Anonimo ha detto...

Senti bello,
solo perchè non scrivo più da nessuna parte mi inserisci "di diritto" nella categoria degli inesistenti? Ricorda che ho ancora, in ostaggio, alcune cassette dela Baez di tua proprietà ... occhio a ciò che dici quindi!

Baci bestiulun!!!
Anna

P.S. Sarò inesistente, ma non dimentico nulla soprannomi compresi ... tièèèèèèè