venerdì 27 gennaio 2012

La giornata della dimenticanza


Oggi, ventisette gennaio, mi sono dimenticato tutto.

Alle due e mezzo di stanotte mi sono dimenticato di dormire. Dieci giorni fa, a un funerale, mi sono beccato una delle mie famose crisi di cervicale; perdura, e mi impedisce di stare disteso troppo tempo. Allora mi alzo, del tutto immemore di come sarebbe stato piacevole, in condizioni normali, starsene a letto al caldo, col gatto addosso che ronfa beato. La dimenticanza del sonno esige i suoi riti, specialmente a certe ore strane; ma ho fatto già uno sforzo per ricordarmi di accendere il riscaldamento e lo scaldabagno. Mi sono dimenticato il caffè, e che avevo finito i sigari. Ne ho fatto a meno. Quasi alle cinque mi sono scordato di farmi la doccia. Forse, con una crisi di cervicale in corso (la quale non si fa proprio dimenticare), non sarebbe neanche bene farsela; ma stavo leggendo da qualche parte di come Wilckens ammazzò il macellaio Varela, il 25 gennaio 1923. Ho preso l'accendino e ho cominciato a dar fuoco all'aria, scordandomi di nuovo che di sigari proprio non ce n'era nemmeno uno. Mi sono scordato che sarei potuto andare a comprarli alla stazione di servizio aperta 24 ore su 24, ma forse mi ero scordato anche di un'ora ed erano diventate 23 su 24.

Mi sono scordato di mettermi il terzo maglione, quello col “69” che avevo una volta fatto indossare a un cantautore resuscitato; mi sono scordato che entro poche ore avrei ricominciato a lavorare, e me e sono tornato a letto nonostante la cervicale. Quando poi sono andato a lavorare, mi sono scordato di come si andava nelle stradine e nei giardini dietro via Forlanini. Mi sono scordato di prendere le chiavi della 35, e mi sono scordato di ogni colpa e di ogni obbligo. Mi sono scordato della memoria, dio assatanato. Già è stato tanto ricordarsi di prendere quelle maledette dieci pasticche al giorno, quattro alla mattina, due dopo pranzo e altre quattro la sera; la memoria, poi, potrò comunque esercitarla anche quest'anno per 365 giorni. Il 2012 è bisestile. Oggi che giorno era? Il ventinove febbraio della memoria. Non c'era da ricordare un bel cazzaccio di niente, sapete che vi dico. Ricordare “perché non accada mai più”, e accade ogni giorno, dovunque.

Non me ne scordavo, fino allo scorso anno. Perlomeno non dimenticavo mai di dire che le “giornate della memoria” andrebbero eliminate tutte, dato che servono soltanto a lavare meglio del Dash. Quest'anno mi sono scordato anche di questo, assieme a tutta una serie di cose. Mi sono dimenticato persino di girare la manopola del gas. Tutto sommato fa bene, fa molto bene una giornata di totale oblio quando la memoria viene trasformata nella festa comandata di una religione, e quando milioni di altri morti non vengono neppure scordati, bensí ridotti alla pura e semplice inesistenza. Certo, sono stato molto aiutato dalla cervicale per questa giornata della dimenticanza; ora, però, non vorrei che la prendesse a veglia. Dai prossimi anni, il ventisette di gennaio amerei scordarmi sia dei professionisti che dei dilettanti della memoria, e anche delle loro memorie, delle loro morali, delle loro indignazioni, dei loro appelli, dei loro distinguo e delle loro contrapposizioni; ma senza malanni fisici. In piena salute, anche se temo ragionevolmente che per il resto della mia vita sarà una chimera. Scordarmi per sempre, in questo giorno, della memoria che viene dimenticata da tutti per tutti i restanti giorni dell'anno. Scordarmi per sempre della dittatura di una memoria, che peraltro viene neutralizzata proprio fingendo ipocritamente di ricordarla. Mettetela nei supermercati, potrebbe farvi vendere di più.

A Natale siamo tutti più buoni e c'è il panettone. A San Valentino siamo tutti innamorati e ci sono i cuoricini di pelouche e di cioccolata. Nel mezzo ci sta bene un ventisette gennaio, basta trovare i gadgets giusti; che so io, un bel diario di Anna Frank di marzapane. Un deportato di pelouche che se lo sfreghi canta “Auschwitz” di Guccini. Un napolitanino alla nocciola con dentro il bigliettino contenente un monito (tradotto in quattro lingue, come quello dei baci Perugina). Un apparecchietto genera-post per blog. Mi hanno detto, fra l'altro, che Anna Frank oggi si è messa delle cuffie insonorizzanti assolutamente cosmiche; voleva, e come non capirla, scordarsi anche lei di ogni cosa. Voleva scordarsi di essere diventata un simbolo buono anche per le bombe a grappolo, per i muri, per i gianfranchi e per le fiamme calcolorenale. Si è messa le cuffie, si è vestita da zingara, è diventata lesbica e ha cominciato a giocherellare col suo triangolo, un triangolo di tutti i colori possibili, tipo quello della canzone tratta dalla poesia di Bertolt Niemöller (o Martin Brecht, non mi ricordo bene nemmeno questo, oggi).

Ora spero soltanto, però, di non scordarmi di andare alla stazione. Bisognerà che finisca questa giornata della dimenticanza, e che mi metta in un'ottica da ventotto gennaio. Il ventotto gennaio sarà la giornata dei ceci armeni, e confido che non mi metteranno in carcere se negherò che siano stati lessati a vapore nel 1915. Il ventinove gennaio sarà la giornata dei bagni turchi, e magari rischierò che mi ammazzino come un cane, o come un giornalista armeno che avrà pure avuto qualche antenato cece lessato nel 1915. Oh quante memorie, madama Doré, quante belle memorie e quante giornate. Il 30 gennaio? Il trenta gennaio farebbero quarant'anni da una certa domenica, quella quando inventarono il bloody mary. Ecco, sì: sarà la giornata della vodka e del succo di pomodoro. Come quelli nella foto; mica potevo metterci, perdìo, una foto della cervicale. O quella di un CIE, affinché tali cose eccetera, la barbarie, la bar bar bar, la barbarie del bar.