mercoledì 13 giugno 2007

Il cesso del re


Domani mattina parto per una delle mie frequenti "puntatine" in Svizzera. Sarà anche l'ultima volta che andrò a Friburgo (quella svizzera, Fribourg o Freiburg); ora che ci ripenso, gli ultimi cinque o sei anni della mia vita li ho passati quasi tutti all'estero. Così, alla vigilia dell'ennesima partenza (ma torno fra un paio di settimane, non abbiano a preoccuparsi le orde di lettori del Bignami...) vado a rovistare nel vecchio blog "Da Galenzana" e tiro fuori questa cosa (invero assai bislacca) che mi accadde quando abitavo invece nel nord della Francia. Reca la data del 7 agosto 2006.

Qualche anno fa abitavo nell’estremo nord della Francia.

Ero stato chiamato da un piastrellificio per una traduzione. Fin qui nulla di strano, mi è successo molte altre volte di essere chiamato a fare una traduzione scritta direttamente in un’azienda. E’, anzi, una cosa che mi piace e che mi diverte, oltre a rendere più facile la traduzione (potendo contare su dei tecnici che spiegano, all’occorrenza, il significato esatto di una parola). Per farla breve, una data mattina d’autunno, già con un freddo polare, presi la macchina seguendo le indicazioni che mi avevano dato al telefono. Mi avevano detto che la fabbrica si trovava “vicino alla frontiera belga”; ma non era esattamente così.

Lasciata la strada dipartimentale, mi toccò girare in una specie di viottola di campagna, di quelle col pavé rese celebri dalla corsa ciclistica Parigi-Roubaix. A un certo punto vidi, con sollievo, il piastrellificio; solo che, senza che ci fosse nessun avvertimento, nessun posto di guardia, manco una baracca con un doganiere scalcagnato, mi ero ritrovato non “vicino alla frontiera”, ma esattamente sulla frontiera. Me lo confermava un cartello arrugginito con su scritto “BELGIQUE”; voltandomi un momento, vidi che alle spalle avevo un cartello, ugualmente arrugginito, ma blu, con su scritto “FRANCE”.

Scesi di macchina tirandomi su il bavero del cappotto, perché si gelava. Ero completamente solo. Davanti a me, un bosco vagamente inquietante; per il resto, campi di terra grigia a perdita d’occhio. Solo nel plat pays di Jacques Brel, davanti a un piastrellificio che sembrava sortito dal nulla. Non una casa. Nemmeno un cane. Più che alla frontiera tra Francia e Belgio mi sembrava di stare alla frontiera dell’irreale; mi ci vollero cinque minuti e due sigarette fumate una dietro l’altra per rendermi conto che il capannone rettangolare era per metà da una parte e per metà dall’altra. Rimontai in macchina e entrai lentamente dentro il cancello.

Venni accolto da un signore molto gioviale e fatto entrare nel capannone. Non stavo sognando: quello era davvero un piastrellificio, e c’erano degli operai che stavano producendo piastrelle. C’erano dei macchinari in funzione. Andando verso gli uffici, non potei trattenermi dal fare la domanda fatidica: “Mi scusi”, chiesi al signore gioviale, “…ma ‘sta fabbrica…” Non mi fece neanche finire la domanda. “E’ in Francia e in Belgio. E’ in tutt’e due. E’ quello che mi chiedono tutti quando entrano la prima volta qui.” E si mise a ridere. “La vede l’impastatrice laggiù? E’ in Francia. E la fornace laggiù? E’ in Belgio.” E giù ancora risate. “Però le tasse le paghiamo in Belgio e basta, costa di meno”, è giù un’altra salva di risate. “La corrente elettrica è francese dell’EDF, quella belga non ci arriva. L’acqua invece è belga perché ci abbiamo l’allacciamento all’acquedotto di Tournai. Le linee telefoniche sono francesi, invece. Però ci abbiamo anche un numero belga.” E risate su risate. Gli uffici erano ricavati all’interno del capannone. Proprio sulla porta a vetri, c’era appiccicato con lo scotch un foglio di carta. Qualcuno, col pennarello blu, aveva fatto la frontiera. Mi misi a guardare.

Sempre ridendo, il signore gioviale mi spiegò la cosa in due parole: “Due anni fa è venuto un geometra francese a fare dei rilievi catastali e finalmente ha stabilito dove passa la frontiera dentro il capannone. E’ proprio qui. Ora entriamo negli uffici. L’ingresso è in Francia. La stanza dove la metto a lavorare al computer è in Francia. Se però le scappa da pisciare, deve andare in Belgio: il gabinetto è laggiù in fondo a quel corridoio. La macchinetta del caffè ha in Francia i bottoni del thè e del cappuccino, mentre quelli del caffè espresso e del caffè lungo sono in Belgio.” L’avevano sistemata esattamente davanti alla porta d’ingresso. Un caffè di frontiera. Ma di quelli sul serio.

Fui accompagnato nella stanza con il computer, dov’ero totalmente solo. C’era da fare la traduzione, urgente, delle istruzioni d’uso per un macchinario. Dal tedesco al francese. Cacciai fuori dallo zaino i dizionari e mi misi al lavoro; non c’era nemmeno bisogno di andare a scomodare qualcuno per farsi spiegare, perché i termini li conoscevo. Un’ora dopo, ecco arrivato il momento. Le dieci. Il bisognino di metà mattinata, puntuale come un orologio. Dovevo andare in Belgio. Insomma, al cesso. Uscii dalla stanza e mi avviai per il corridoio; dovetti passare la frontiera. Una frontiera inesistente. Come tutte le frontiere, del resto. Ma chi cavolo ce le ha messe? Sbrigandomi, perché la cosina cominciava a essere urgente, cominciai a fare uno di quei ragionamenti che non si spiegano mai a nessuno, una di quelle migliaia di cose che ogni giorni si dicono a se stesso, nella testa, e che non vengono mai fuori. Se inciampavo nella parte del corridoio prima della frontiera e mi slogavo una caviglia, doveva intervenire l’ambulanza dei più vicini pompieri francesi. Se inciampavo dopo, mi sarebbe toccato aspettare la croce rossa belga. Se ammazzavo il signore gioviale da una certa parte del corridoio, mi mettevano in gattabuia in Francia; se lo ammazzavo dall’altra parte, sarei andato in galera in Belgio. E se lo ammazzavo esattamente sulla linea di frontiera, davanti alla macchinetta del caffè? Forse sarebbe stato il delitto perfetto. Senza giurisdizione. Non avrebbero mai potuto squartarmi, mettere metà Venturi in una prigione belga e l’altra metà in una francese. Ogni essere umano è indivisibile. Peccato che si diverta a creare divisioni irreali. Linee immaginarie. Quel corridoio me lo fece capire definitivamente.

Finalmente entrai nel cesso. Mi misi a sedere sulla tazza. La liberazione! Si dice che Beethoven componesse sul vaso, ma mi mancava momentaneamente la carta da musica. C’era invece un rotolo di carta igienica grigia, e ruvidissima. Fu lì, guardando quel rotolo, che ebbi la rivelazione. Ero sul cesso del re.

Poco prima ero nell’ufficio di un presidente della repubblica. Sotto la giurisdizione di Jacques Chirac. Lavoravo sull’ultimo lembo del suo territorio. Della sua polizia. Dei suoi ordinamenti. Delle sue galere. Mi era scappato da cacare, e mi ero ritrovato nel cesso del re del Belgio (non ricordandomi come si chiamava quello attuale, ricorsi al defunto Baldovino). Sul primissimo lembo del suo territorio. Della sua polizia. Dei suoi ordinamenti. Delle sue galere. Traducevo in una repubblica e cacavo in una monarchia. Due stati differenti. Stati. La parola “stato” è una definizione assoluta. E’ il participio del verbo “essere”. Qualcosa che è e per la quale non si deve chiedere spiegazione, anche perché chiedersi il perché della sua esistenza è pericoloso. Minimo ti prendono per un sovversivo. Sovversivo è colui che chiede ragione di esistenze che non hanno nessun motivo di esistere.

Prima di pulirmi il culo e di tornare a tradurre in territorio francese, feci in tempo a pensare a tutte quelle frontiere piene di reticolati, di gente in armi, di muri invalicabili. Mi venne a mente l’immagine dei soldati tedeschi che abbattevano una barra di frontiera polacca la mattina del 1° settembre 1939. Richiusi la porta del cesso del re. Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà.

4 commenti:

fr(A)me ha detto...

assolutamente magnifico!

sei stato baciato dalla fortuna...una giornata così, anche lavorando, è illuminante!

oppure hai un'ottima fantasia!

Ciao

Venturik ha detto...

Non so cosa dirti. Anzi sì: diciamo che forse molte persone non ci avrebbero fatto caso a certe cose. Però io sono uno che ha una passione sviscerata per il mettersi in degli angoletti a pensare. Comunque grazie per le tue parole...e a presto!

fr(A)me ha detto...

Si...in effetti a certa gente potrebbe passare davanti un elefante in centro a bologna e non se ne accorgerebbero, vero. Altrettanto è vero che un posto del genere se non è unico è raro!
"Dispersioni" di pensieri negli angoletti...mi riconosco...
buon proseguio...disperdi disperdi

Venturik ha detto...

A quanto mi risulta, però, la cosa non è poi così rara. C'è una città intera, se non erro, sulla frontiera tra Olanda e Germania, in cui esistono decine di piccolissime "enclaves" dentro il territorio cittadino, e avere il cesso in Germania e la cucina in Olanda è pane quotidiano. E anche lì c'è il cesso del re (anzi della regina) e la cucina della repubblica federale. Guarda, ne approfitto per dirti che la prossima...dispersione parlerà di targhe automobilistiche, una mia grande e antica passione. Saluti cari!