martedì 30 ottobre 2007

Ichanara



Non so quando l'isola di Ichanara si sia manifestata per la prima volta; dico manifestata, e non apparsa, perché in realtà non compare mai alla vista, alla percezione uditiva, alla sensorialità. Si manifesta quando ti accorgi che esiste, e che in quest'isola vuoi vivere e morire. E' abitata da tutti e da nessuno; dà notizie di sé ad ogni momento come non può darne per anni e anni. Ha dei momenti brevissimi e delle veglie lunghe secoli; su di essa il tempo si attorciglia, e crea vortici e lampi, e squarci di luce, e ombre impenetrabili. E' l'isola del ricordo.

Si è manifestata in una piazza, tanti e tanti anni fa. Era piena di ragazzi, e c'era una torre altissima dove si giocava a incrementare il sudore. Un marciapiede dove l'isola di Ichanara era persino capace di assumere le sembianze della vetrina di una banca; e lattine piene di notte, prima e dopo l'esplosione della chimica. Viaggiava, Ichanara, su una vecchia bicicletta verde di marca "Raleigh", poi lasciata arrugginire e disfarsi sul balcone dei panni stesi nel sole e nel vento; a volte portava la cravatta, a volte una maglietta bisunta. Si trasferiva a volte in un bosco improbabile, come quella sera in cui una voce era cambiata all'improvviso e tu decidesti di far danzare un'anziana signora sulle note di Sophisticated Lady di Duke Ellington. Ichanara stava per presentare il conto; e continuò, anche dopo, fino a spegnersi assieme alle grida, alle risa, alle disperazioni e alle vite di quei ragazzi che non hai quasi mai più rivisto. Un giorno d'estate non si vide più; era partita per la sua scatola d'altrove mentre la torre emanava oramai un senso d'algore.

Ma ancora prima, forse, aveva corso assieme a te in un antichissimo stadio polveroso; e ancora ancora a ritroso, nei vicoli di cento città, nelle parole sconosciute che prendevano forma, nei primi baci e nelle prime battaglie, nel sangue rappreso su un selciato; o in un'altra, lontanissima isola piena di montagne, dove il vento dell'Antartide soffiava a volte urla senza nome. O nella tua casa, nella tua semplice casa di tutti i giorni, nell'angustia di una stanzetta stipata di libri e di lampadine colorate, dove una vecchia coperta delle ferrovie bastava per andare a Citera. E assieme a Ichanara ti avviavi a scuole di galera, a passaggi a livello eternamente sbarrati, ad albe fredde in compagnia di grammatiche mongole.

E Ichanara, un giorno, si trovò con te in campagne di mare verde, con l'arancione vivo dei diosperi sullo sfondo d'un grigio violento e mobile, mentre cadevano pezzi d'intonaco e s'andava alla legnaia ad ore antelucane perché il lavandino si potesse sghiacciare; e le notti nel vento che fischiava sbattendo i vetri, unica luce nel buio di tutto un mondo. Una civetta alla finestra, e ricerche di tracce che non potevano essere più trovate. Telefonate a vuoto. Ichanara si addormentava e si risvegliava assieme a te, in assurde e pacchiane lenzuola di seta verde, nella sporcizia, nei topi morti, nei latrati dei cani e negli accenti forti di persone volgari. Un giorno Ichanara tornò al suo mare.

Alla Dogana d'Acqua, in un giorno d'estate, l'acqua non c'era. Se n'era andata sotto la terra, lasciando alghe verdi a smarcirsi puzzolenti nel sole; barche vuote piegate sui fianchi, mentre passava un'automobile scassata con la targa nera. Ichanara mi teneva la mano dicendomi che quello sarebbe stato il mio posto, ma aveva un sorriso beffardo e sapeva di non dirmi la verità. Ma la verità è nascosta in mezzo ai legni duri della coscienza, delle mille e mille coscienze che senza speranza si tenta sempre d'afferrare. Mi voltai per un breve istante, e mi accorsi che Ichanara mi aveva cambiato la realtà; l'acqua c'era. Non era andata da nessuna parte, era là, immobile come una lastra di vetro sporco; e ancora in quei panni che sbattevano al vento, e in quelle camminate senza nulla, di quando verso il mare non c'è nulla. Si perse nella forma d'un rotolo di carta dal finestrino d'un treno.

E Ichanara, che tanto viaggia, ama i treni; i treni sono isole. I treni sono cicli. Ad una stazione iniziano, alla medesima stazione terminano; nel mezzo, tremilasettecentoquarantadue tra parole, sguardi, azioni, e ancora sguardi, e fruscìi, e silenzi. C'è fumo in un corridoio, si cominciano a sentire gli uccelli cantare nell'alba; fa quasi sempre freddo. Ichanara ora dorme, quietamente, e una sedia cigola mentre tutto prende la sua strada, la strada che deve prendere. Così l'aveva presa nelle follie senza meta d'una città del nord, nelle bestemmie insegnate agli operai, nelle chiatte sui canali, nell'interrogatorio in una birreria, nelle valigie ad un'altra stazione. Treni nella notte; e Ichanara sempre con me, sempre a ricordarmi che i debiti si pagano sempre con la moneta della solitudine.

Ichanara mangia e digiuna. Ichanara torna e si rinchiude assieme a te. E' un'isola che senza coste, anche se su una determinata spiaggia suole avere sede. Sto, ora, arrivando alla piccola cappella di un dio qualsiasi, come qualsiasi dev'essere ogni dio che voglia anche per un piccolo momento essere creduto. Si vedono la villa, il molo, i pini e la macchia; mi dona consigli ma sa che li seguirò solo se vorrò; perché Ichanara è l'isola mia, ma è anche la tua, ed è quella di tutti; anche di chi non saprà mai che esiste.

Sulla porta ci sarà scritto il suo nome.


8 commenti:

Venturik ha detto...

Ichanara, nella foto, è interpretata dalla mezzosoprano "crossover" Emma Shapplin. Con una dedica a A. ricordando la sera del 29 ottobre.

franco senia ha detto...

Ma A.? è Tom Joad!!???? :-)

salud

Venturik ha detto...

Hai solitamente un notevole intuito, ma stavolta mi corre l'obbligo di dirti che hai toppato, e non di poco! :-) Salut!

franco senia ha detto...

nel senso che non è bionda!!!??? ;-)
Però mi manca un elemento nella data: l'anno di quel 29 ottobre!

salud

Venturik ha detto...

Post Scriptum (che, come tutti sanno, in latino arcaico vuol dire "ho scritto un post"): ad ogni modo, un saluto anche a Tom Joad che, diciamo, almeno in una parte di questa cosa c'entra di diritto. Gli ho anche preso a prestito una parola ("chimica", per la precisione).

Venturik ha detto...

Fatica sprecata: Non mi caverete niente! :-) Quanto alla data di quel 29 ottobre, è compresa tra il 1963 e il 2007 eheheh!

franco senia ha detto...

e meno male che non parte dal 1962! ehehehehehhehe

salud

Venturik ha detto...

Ti voglio però dire un segreto: in realtà parte dal 10 dicembre 1513, da un posto vicino a Mercatale, quando ho scritto una lettera a un mio amico raccontandogli cosa facevo nelle mie giornate. Poi quella lettera me la ha fregata, come sempre accade, uno molto più famoso di me...ma non importa!

Un abbraccio forte